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Presentazione

Presentazione della Casa Editrice

“Quella notte al Giglio” continua il nuovo filone letterario chiamato: “Verismo Interattivo” in cui il lettore diventa protagonista, partecipando ai forum accesi sugli argomenti sociali o di attualità, introdotti nel romanzo. Il motivo che ha spinto l’Autore a scrivere questo libro è racchiuso in quella frase: “Salga a bordo cazzo”, che era diventata un ritornello in quel periodo incredibile che tutti vorremmo non fosse mai esistito. In qui giorni, accendendo il televisore, non passavano più di cinque minuti che non fosse ripetuta, ma quel che è peggio, sembrava riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani.
E quella frase ha fatto scattare “La rabbia e l'orgoglio”, come il titolo del famoso articolo di Oriana Fallaci.
La tragedia della Costa Concordia fa da cornice all’amore di due coppie, quella italiana di Alex e Silvia e quella coreana di Park e Bae, questi ultimi in viaggio di nozze sulla nave. Le vicissitudini di Bae spingono Silvia prima e sentirsi in colpa verso di lei, poi addirittura ad innamorarsene. Ci si chiede fino a che punto possa o debba spingersi un’amicizia. Le due coppie vengono coinvolte in una intricatissima storia, imperniata sulla spettacolarità dell’inchino all’isola del Giglio e sulle conseguenze che quel gesto, pur se entusiasmante verso la clientela delle navi da crociera, può causare se effettuato senza la dovuta professionalità.
E poi c’è Kim, il cagnolino della giovane sposina Bae, che muore tra atroci sofferenze nell’affondamento della Costa Concordia. Il piccolo Kim rappresenta tutti i 4200 ospiti della nave. La sua dignità nel morire è servita per dare l’idea di come, in quei momenti, si possa soffrire in silenzio, senza pensare ad altro se non alla propria vita ed a quella delle persone a noi più care. Ed in questa dimostrazione di altruismo gli animali sono insuperabili. Nel romanzo vengono evidenziati vizi e virtù tipiche dell’uomo, egoismo, presunzione, viltà; all’opposto senso del dovere, altruismo e solidarietà. È proprio nei momenti di bisogno che vengono fuori i nostri caratteri: si scopre chi è codardo e chi è eroe, chi pensa solo a salvare la propria vita e chi è disposto a rischiarla per salvare il prossimo.  

Intervista del Dr. Peppe Caridi


Intervista del Dr. Peppe Caridi, Presidente dell’Associazione MeteoWeb ONLUS, al Gen. Alfio Giuffrida, scrittore, autore del romanzo “Quella notte al Giglio”, pubblicato da Sovera nel 2012.
 

Caridi: Buongiorno Generale, è passato solo qualche mese dalla pubblicazione di “Chicco e il Cane” ed ecco già in libreria il suo quarto romanzo, che continua il nuovo filone letterario che lei ha introdotto: il Verismo interattivo”.  Vedo con piacere che il suo modo di scrivere sta prendendo forma! Il  nuovo libro «QUELLA NOTTE AL GIGLIO», sta avendo un successo superiore a qualsiasi aspettativa! E’ il suo modo di scrivere che affascina i lettori! Che si trovano immersi in una situazione reale, in cui loro stessi sono i protagonisti.
A parte tutto questo, ciò che ha meravigliato me e penso un po’ tutti i lettori è la velocità con cui lei ha completato il suo romanzo, traendolo da un fatto di cronaca, la tragedia della nave da crociera Costa Concordia, doloroso episodio ancora ai primi posti nelle cronache italiane. Mi dica, cosa l’ha portata a scrivere questo libro?
 


Giuffrida
. Quando ho scritto il mio primo romanzo, pensavo fosse solo un passatempo, ma adesso che sono al quarto, posso dire che ormai è andata!! Dopo “Chicco e il cane”, i lettori sono interessati a leggere i miei libri perché sanno che riportano fatti assolutamente veri! Non si tratta di fantascienza, con situazioni impossibili da realizzarsi, di storie assurde o paradossali e neanche di eventi ambientati in un jet set che sta al di fuori dalla nostra realtà, ma sono fatti normali, che accadono tutti i giorni a noi gente comune. E inoltre i lettori sono curiosi di trovare argomenti di attualità sempre più interessanti, che possono discutere da protagonisti commentando i vari brani appena appaiono sul suo sito  ( www.meteoweb.eu/ ), sul mio sito( http://www.alfiogiuffrida.com/  ) o su altri siti internet. 
Il motivo per cui DOVEVO scrivere questo libro è racchiuso in quella frase: “Salga a bordo cazzo”, che era diventata il triste ritornello in quei giorni incredibili che tutti vorremmo non fossero mai esistiti. In quel periodo, accendendo il televisore, non passavano più di cinque minuti che quella frase non venisse riproposta, ma quel che è peggio, sembrava essere riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani. Non sta certo a me giudicare Schettino né come persona né come Comandante, anche se penso che in quella occasione abbia commesso molti errori. So che c’è un procedimento penale in corso e sono sicuro che la Giustizia, alla fine del processo, darà la giusta risposta ai tanti interrogativi che ci siamo posti e, chi ha sbagliato, si spera pagherà con una pena commisurata ai suoi errori. 
Ma in quei giorni, soprattutto all’estero, era tutta l’Italia ad essere sotto processo. Tutta  la nostra Nazione era giudicata codarda, incosciente, vigliacca e facilona! Giusto per dire le parole più pulite con cui eravamo additati. Ma non è affatto così! Ecco perché in me è scattata “La rabbia e l'orgoglio”, come il titolo del famoso articolo di Oriana Fallaci, che mi ha imposto di mettermi a scrivere. Proprio in quel libro c’è una frase che non mi ha lasciato alcun dubbio se scrivere qualcosa oppure no. Me lo ha imposto! "Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre".  Per la Fallaci, i fatti dell’undici settembre del 2001, sono stati la logica conseguenza di un processo di decadenza della civiltà occidentale, soprattutto europea. Nel suo articolo, poi diventato un libro, la scrittrice fiorentina accusa duramente la classe politica italiana e più in generale occidentale, gli intellettuali e anche la Chiesa cattolica di alimentare o tollerare tale decadenza. 

Anche l’inchino all’isola del Giglio è il segno di una tolleranza portata all’estremo. La conseguenza di un permessivismo con il quale vogliamo dimostrare il nostro “buonismo” verso il prossimo. Perché tutti pensiamo che gli eventi normali siano solo noia e vogliamo permettere a tutti di realizzare le loro idee, qualunque esse siano.  Vogliamo concedere a chiunque la possibilità di uscire dalla quotidianità, di essere “diverso”; avendo la consapevolezza della inutilità della maggior parte delle nostre azioni. 
Ma ci siamo ormai accorti che in questo modo,  scaricando sugli altri la responsabilità dei problemi causati dalla troppa libertà, siamo riusciti a realizzare una società corrotta ed inquinata sia nell’ambiente che nello spirito. E quando ci rendiamo conto che le azioni di altruismo, che vogliamo sbandierare, imporrebbero a noi stessi di rinunciare a qualcuno dei privilegi a cui siamo abituati, allora ecco che riusciamo a trovare una soluzione alternativa, che imponga di fare i sacrifici solo agli altri. E non ci curiamo se il nostro diventa solamente un falso buonismo, anzi proprio una evidente Ipocrisia, quella con la I maiuscola, che ci fa condannare tutte quelle azioni che poi noi stessi, in realtà, facciamo quotidianamente! Ma questo malcostume non è solo italiano, anche se noi non ne siamo esenti.
            E quando il gossip televisivo si è fatto duro contro la nostra Nazione, siamo stati proprio noi italiani ad essere i peggiori nemici degli italiani. A sottolineare le nostre colpe e le nostre mancanze, consapevoli ma incuranti di farci del male da soli. Ma non è giusto che sia così.  Ecco perché mi son messo davanti al mio computer e mi sono imposto di scrivere una cronaca dei fatti di quei giorni che fosse il più possibile obiettiva, almeno per come li vedevo io. Per sottolineare immediatamente che non è possibile generalizzare il comportamento di una persona ed attribuirlo a tutti gli italiani. Anche se sono convinto che i posteri avranno sempre un ottimo giudizio di tutti noi. Tuttavia occorreva dire qualcosa subito, affinché il nostro onore non fosse scalfito neanche in quei pochi mesi in cui i fatti di cronaca destavano uno stupore che lasciava tutti a bocca aperta.

Caridi: Dunque il suo libro è anche un po’ “impegnato”, di quelli che fanno riflettere. Comunque penso anch’io che, quando tutti i riflettori su questa tragedia saranno definitivamente spenti, sia gli italiani che la gente di tutto il mondo, potrà ricordare che dietro i pochi particolari di incompetenza e di codardia che hanno caratterizzato quella tragedia, ci sono state molte azioni in cui la maggior parte delle persone a bordo e di coloro che sono intervenuti in soccorso dei passeggeri, si cono comportati da eroi.  Tuttavia il suo libro non è un saggio sui doveri di un Comandante o un resoconto dei fatti di cronaca. È un romanzo che, come ci ha abituati in “Chicco e il cane”, coinvolge e commuove le persone che lo leggono. E poi, tra i protagonisti c’è di nuovo un cane! Ed anche in questo caso penso che la scelta di questo argomento non sia casuale, ma vuole richiamare l’attenzione sugli animali da compagnia.


            Giuffrida
. Naturalmente il libro deve avere una storia, altrimenti sarebbe una fredda accozzaglia di idee che, anche se interessanti, non sarebbero facili da leggere. Il tal senso la storia dei due sposini coreani si prestava molto a questa mia idea. Quanto al cane, mi sono chiesto più volte perché gli animali da compagnia, in genere, non sono ammessi sulle navi da crociera. Così continuando nella mia ottica del “VERISMO INTERATTIVO” (vedi il commento su 
http://www.leggereonline.com/editoria/64-autori/412-alfio-giuffrida.html ), ho pensato di accendere una discussione su questo argomento. Ho già messo qualche brano sul mio sito, e sono in attesa di qualche risposta, professionale ed esaustiva, da parte di qualche compagnia di navigazione, che spieghi perché i cani diano fastidio sulle navi da crociera. Naturalmente mi aspetto anche qualche frase di sostegno ed incoraggiamento da parte di coloro che sono d’accordo con me, nella infondatezza di questo divieto. 
            Il piccolo Kim mi è servito inoltre per dare l’idea di come, in quei momenti, si possa soffrire in silenzio, con dignità, senza pensare ad altro se non alla propria vita ed a quella delle persone a noi più care. Ed in questa dimostrazione di altruismo gli animali sono insuperabili. Se avessi descritto il caso di questa o di quell’altra persona, avrei peccato di parzialità, avrei illustrato solo dei casi particolari, trascurando il fatto che il dolore, in queste tragedie, è generalizzato.  Anzi direi che è esteso anche alle persone che partecipano alla tragedia da casa, soprattutto ai parenti più stretti, che vivono ore di angoscia, che a volte sono terribili tanto quanto quelle di chi le vive in prima persona. Le figure della mamma e della sorella di Park, penso descrivano bene questa sofferenza. 
            E poi ci sono tanti altri argomenti che ho toccato, sempre con lo scopo di aprire delle discussioni, come la curiosità dei colleghi di Alex di scoprire le differenze di abitudini tra gli italiani ed i coreani, il dolore profondo che la madre di Park aveva vissuto dopo la morte del marito, che a poco a poco si era trasformato in egoismo, impedendo ai figli di avere una vita normale.  La sofferenza di Hong, che si era ribellato a quella situazione, ma non aveva dimenticato l’amore di una madre. In fondo Park era riuscito a distrarsi dal suo dolore grazie all’affetto di Bae ed alla sua passione per il Kung Fu, mentre lui era rimasto da solo, in balia della droga che aveva già sopraffatto i suoi amici. Park aveva i suoi idoli, il suo maestro di arti marziali che, nel momento della sua formazione, aveva preso il posto del padre. Quell’uomo che gli aveva donato il pugnale che egli stesso aveva costruito come qualcosa di perfetto e di sacro.  Mentre Hong non aveva nulla di tutto questo. Lui aveva solo dovuto ubbidire al fratello maggiore che, in quella famiglia, aveva svolto delle funzioni che non gli appartenevano: quelle del padre che era morto in una tragedia del mare. Un naufragio che oltre al marinaio aveva ucciso anche la sua figlia più piccola, colta dalla disgrazia nel momento in cui aveva maggiore bisogno dell’affetto della sua famiglia. 
            E poi tanti altri argomenti, come il senso di dovere di aiutare un’amica nel suo momento di sconforto, l’opportunità di spingersi fino a mettere a repentaglio la propria armonia familiare, la possibilità che una donna si innamori di un’altra donna. E l’analisi di una tale situazione: per un marito il tradimento è più doloroso quando la moglie lo lascia per un altro uomo o quando lo lascia per un’altra donna?

Caridi:  Veramente una bella storia, descritta in modo semplice e con dovizia di particolari. Ma mi tolga una curiosità: in questo libro la meteorologia c’entra poco o niente. Come mai visto lo stile dei suoi precedenti romanzi. E la speranza che lei ha sempre citato? Che fine ha fatto? 

Giuffrida. La meteorologia è stata trascurata molto al momento di coordinare i soccorsi, quando sicuramente sarebbe stato molto utile avere un previsore sul posto, che avrebbe dato un valido aiuto unendo le potenzialità tecniche del Servizio Meteorologico, con la sua esperienza personale. Invece ho visto solo qualche intervista ad uno o due meteorologi, più per soddisfare la curiosità del pubblico televisivo che per fornire un valido aiuto alla Protezione Civile, impegnata nei soccorsi.
            Questa dimenticanza verso un servizio così importante è stato un altro motivo di rabbia che mi ha spinto a scrivere questo libro, le cui frasi venivano più dal cuore che dalla mente.  Come ho già detto altre volte, lo scopo che mi ha invogliato a scendere in campo come scrittore è stato quello di seguire, nel mio piccolo, l’esempio che ci dato l’allora Colonnello Bernacca: quello di portare l’interesse per la meteorologia nella casa di tutti gli italiani. Ed anche in questo caso ho voluto esprimere, a mio modo, un segno di riconoscenza verso questa meravigliosa materia.  Quanto alla Speranza, penso che sia espressa in modo chiaro quando Bae è arrivata al culmine della sua disperazione ed è pronta al suicidio. La Speranza eccola li. È la decisione di Park di non arrendersi, di lottare sempre, anche quando sembra che non ci sia più nulla da fare. Sopra di noi c’è sempre qualcuno che veglia e può fare tutto, anche il miracolo di salvarci da una situazione apparentemente disperata. 

Caridi: Caro Generale, penso che anche questo suo libro le darà molte soddisfazioni. Con le sue parole lei è riuscito ad andare oltre il romanzo. Le auguro che questa sua idea di proporre sempre nuovi argomenti scientifici e di attualità, sui quali aprire dei forum per discuterli e, nei limiti del possibile, aiutare a risolverli, sia proprio interessante. E adesso la solita domanda:  A quando il prossimo libro? Sono sicuro che ha già qualcosa in tasca ed io sono impaziente di leggerlo!  

Giuffrida. Effettivamente ho tante idee da proporre al pubblico. Il lavoro mi attende e spero ognuno dei mie lettori sia impaziente, come lei, di avere qualche nuova avventura in cui immergersi e qualche personaggio in cui immedesimarsi.  

Qualche brano dal Libro

La famosa frase.
Le persone che, quando erano a terra e vedevano passare quella nave illuminata, invidiavano coloro che erano a bordo, adesso si erano rese conto come quel mondo fosse effimero, falso, illusorio, inaffidabile. In un attimo era diventato una trappola mortale per molti di quelli che ne facevano parte e coloro che erano riusciti a fuggire, erano arrivati nudi e indifesi sulla nostra Terra, dove esistono le gioie ed i dolori, l’allegria e la sofferenza, le speranze e le delusioni. Dove da sempre viviamo noi, comuni mortali.
Qualcuno applaudiva al loro passaggio, si congratulava con loro. Qualche altro cercava di toccarli, come se fossero degli oggetti sacri, immuni da colpe o già graziati per quelle che avevano. Cercavano di dar loro una pacca sulle spalle, per incoraggiarli, per far capire loro che il pericolo era ormai passato. Ma loro non dicevano nulla, non rispondevano neppure a quegli applausi, non capivano se quegli sguardi pietosi, vistosamente malcelati sotto una finta smorfia di allegria, fossero diretti a loro oppure no.
I vigili del fuoco facevano spazio con le mani, per far passare i due sposini, nel mentre, due ragazzini si rincorrevano tra loro, ridevano e giocavano, incuranti della tristezza e della rabbia che serpeggiava nell’aria. Poi uno di loro si fermò e puntò il dito contro l’altro gridandogli con voce forte e severa: «SALGA A BORDO, CAZZO!» mentre l’altro, facendo la faccia impaurita, replicava: «Comandà, non posso, me la sono …. »  e in quel momento  si portava le mani dietro la schiena, come per mimare qualcosa. Poi scoppiavano a ridere entrambi e correvano di nuovo, si rincorrevano fingendo che uno di essi dovesse prendere l’altro per riempirlo di botte. 

Silvia e Bae

Mi sentii in dovere di non pensare ad altro e volli far provare a lei l’emozione di un bacio vero.
Lei rimase scossa dal calore delle mie labbra, ma provò piacere. Vidi che lei si stupì di se stessa, ma reagì positivamente, mi guardò negli occhi, sorpresa e disturbata ma, si vedeva, sentiva il bisogno di averne un altro. E io glielo diedi! Più caldo del primo, probabilmente più sensuale di quanto non avesse fatto finora Park. Provai anch’io uno strano piacere, che non avevo mai provato prima. Quel bacio dato con ardore mi diede una sensazione di amore e di peccato, una eccitazione irreale che subito si impossessò di me.
Vidi che la sua mente rimase sconvolta, ma da quel momento non mi parlò più di quella proposta scellerata che aveva fatto al suo fidanzato e che aveva decretato la morte della sua gioia di vivere. A poco a poco cominciò a rasserenarsi, a farmi delle domande su come comportarsi con gli altri uomini. Non sapeva che fare ed io non sapevo consigliarle nulla. Dopo avere sbagliato una volta avevo paura di darle dei consigli affrettati e magari farle nuovamente del male.
Così le offrii il mio corpo. Violentai la mia indole e mi costrinsi a pensare che lo facevo con sacrificio, ma in effetti provavo un piacere interiore che non sapevo confessare neanche a me stessa.
Nella sua mente cominciò ad insinuarsi il dilemma se dovesse sforzarsi di conoscere qualcun altro, oppure evitare qualsiasi persona che non fosse Park. Doveva guardare gli uomini con interesse o chiudersi in se stessa ed aspettare che il “suo” uomo la chiamasse di nuovo a se? E le donne? Lei cominciava a guardare anche quelle! A volte provavo una forte gelosia quando osservava con insistenza qualcun’altra. Tuttavia una cosa era certa: aveva ripreso a vivere!
Le facevo toccare i miei seni e lei si eccitava. Rispondeva ai miei baci con un ardore che lei stessa non sapeva di avere. A poco a poco, come per un gioco al quale avevamo preso gusto entrambe, cominciammo a massaggiarci tutte le sere, ad amarci in modo morboso, raggiungendo un orgasmo che, fra due donne, non aveva motivo di esistere.» 

L’inchino all’isola di Procida

Alex si fermò per un attimo, poi scosse la testa, come pensando ad un segno del destino e continuò il suo racconto. «Un giorno io e Silvia volevamo fare una gita di un paio di giorni a Procida. Lei mi chiese se poteva invitare anche Bae a venire con noi e io le dissi di si. La ragazza in un primo momento fu titubante, non voleva prendersi un divertimento senza il suo fidanzato ed inoltre aveva una strana paura di prendere il traghetto per andare sull’isola. «Ma le navi sono i mezzi di trasporto più sicuri!» La rassicurò Silvia stupita da quella sua avversione. Così la ragazza si fece convincere e venne con noi.

Il viaggio fu breve e, per la nostra ospite, molto eccitante. Non era abituata al fare festoso dei napoletani, per cui tutto le sembrava strano e meraviglioso. Alloggiammo in un piccolo alberghetto sull’isola e il giorno dopo, quando uscimmo per fare un po’ di shopping, al porto trovammo grande agitazione tra gli isolani. Era il 30 agosto del 2010, ci informammo se doveva accadere qualcosa di strano, visto che tutti sull’isola erano in festa e ci dissero che di li a poco sarebbe passata una nave vicinissima alla costa, che avrebbe fatto un “inchino” all’isola. Non sapevamo nulla di questa manovra e, all’inizio, non eravamo neanche interessati, per cui andammo in giro per negozi nel borgo della Corricella.

Ad un tratto, verso mezzogiorno, sentimmo dei boati, come dei colpi di cannone sparati lì, vicino al porto. La signora del negozio, dove Silvia stava provando una maglietta, sorrise soddisfatta, come se si stesse, finalmente, avverando qualcosa che aspettava con ansia. Ci fece segno di uscire dal negozio e guardare verso il mare. Nel frattempo si udirono altri colpi di mortaio, come quelli che si sparano durante le feste patronali, tre, quattro …. dieci.

In quel mentre, da dietro le alture che delimitavano il porto, ecco apparire una nave bianca ed enorme, con un grande comignolo giallo sul quale era impressa una imponente “C”. Subito rispose al saluto inviato dall’isola, con tre lunghi e potentissimi fischi di sirena. La gente si riversò sulle strade per guardare quello spettacolo veramente insolito. Quelli che potevano avere a disposizione una barca o un motoscafo, si imbarcarono per avvicinarsi alla nave che intanto aveva rallentato la sua corsa e si era avvicinata all’isola in modo impressionante.

Fu una grande emozione non solo per gli abitanti di Procida, che forse erano abituati a questi passaggi ravvicinati, ma anche per i numerosi turisti che affollavano le strade, i quali accolsero quel saluto con applausi, mentre dai negozi e dalle case erano apparsi striscioni e trombette che salutavano il loro Comandante Schettino, di Meta di Sorrento, che lì era conosciuto da tutti. Lui era l’idolo dei ragazzini, colui che riusciva a portare la sua nave davanti al porto più vicino di ogni altro, per regalare ai suoi amici di Procida e ai passeggeri della sua nave uno spettacolo indimenticabile.

Motoscafi, pescherecci, barche di ogni genere cominciarono a fischiare con le loro sirene, mentre la grande nave Concordia rispondeva con la sua grande sirena che sovrastava, di gran lunga, tutte quelle degli altri natanti. È stata una festa destinata a restare impressa negli animi e nella mente della gente, un atto d’amore ed un omaggio alla tradizione marinara che procidani e sorrentini avevano nel loro DNA.

La nave era talmente vicina al porto che sembrava si potesse toccare!», continuò Alex anche lui preso dall’eccitazione nella rievocazione di quei momenti, «Era come se la Costa Concordia, con i suoi tredici ponti ed una stazza di oltre centomila tonnellate, non fosse più in mezzo al mare, ma stesse li in piazza, in mezzo a noi. Si vedevano le persone a bordo che brindavano alla nostra salute mentre noi facevamo loro delle foto, come  per suggellare un ipotetico sposalizio tra la terra e il mare.

Io e Silvia restammo contenti e soddisfatti di quello spettacolo, mentre Bae era rimasta letteralmente entusiasta. Per la commozione aveva le lacrime agli occhi! Appena la nave era passata via, voleva subito telefonare a Park per esternargli la sua gioia, per raccontargli quello spettacolo meraviglioso a cui lei aveva assistito e che l’aveva incantata. Ma mentre stava già componendo il numero si fermò e il suo volto si fece buio, come se ci fosse qualcosa a cui non aveva pensato prima e che destava in lei delle recondite, enormi, viscerali preoccupazioni.

Ripose il cellulare e disse che in quel periodo lui stava lavorando molto e la sera andava a letto presto, per cui, visto che a causa della differenza di fuso orario, forse lo avrebbe disturbato, rimandò la telefonata al giorno successivo.

Silvia si accorse che la titubanza di Bae risiedeva in qualcosa di più profondo, la chiese se c’era qualche problema fra lei e il suo fidanzato, ma la ragazza disse che non c’era nulla, per cui rientrammo nel negozio dove mia moglie stava provando la sua maglietta, senza dar peso a quel senso di preoccupazione che si era instaurato sul volto della nostra ospite.

Naturalmente, il discorso cadde subito sulla nave da crociera che era appena passata. Vedendo che la nostra amica non era italiana, la padrona del negozio ci chiese da dove veniva e se nel suo paese le navi usassero fare “l’inchino” in questo modo. Bae capì, più dalle gesta che dalle parole, ciò che la signora aveva detto e rispose subito, naturalmente in inglese: «Non sono mai stata su una nave da crociera. Mi piacerebbe andarci!»

La signora del negozio capì benissimo ciò che la ragazza aveva detto, tuttavia preferì rispondere in dialetto, agitando le mani e gesticolando, come usano fare le donne napoletane. Forse voleva dare un senso più chiaro ed immediato alle sue parole, o comunque imprimere una forza maggiore a ciò che voleva dire.  

«Signurì, se vuie siete fidanzata, quannu ve maritate avite a fà ‘a luna di miele ‘ncoppa a ‘na cruciera! Allura sì che nun vu scurdate chiù da festa che vi fannu!» Disse la negoziante mentre la guardava divertita. E riuscì perfettamente nel suo intento! Quella luna di miele in crociera gliela fece entrare nel sangue!

Bae non solo capì perfettamente le parole della donna, pur se dette in dialetto, ma si entusiasmò a tal punto che, dalla gioia, le tremarono le gambe.

«Sarebbe una cosa meravigliosa,» esclamò senza pensarci due volte, mentre la sua mente vedeva ancora quella nave che passava lentamente sottocosta e udiva le sirene sue e di tutte le altre imbarcazioni che le erano andate incontro suonando a festa, «Vorrei tanto che la mia luna di miele fosse proprio un viaggio su quella nave, …. ma non so se riuscirò a convincere il mio fidanzato!»

In quel momento le ritornò in mente qualcosa, un grave tormento al quale in quei momenti di immensa sorpresa e meraviglia, nel vedere quella grande nave passare così vicina alla costa, non aveva più pensato. Si accorse appena in tempo che le gambe le tremavano, sbiancò in viso e girò gli occhi verso l’alto, persi nel vuoto. Sentì che stava per svenire, cominciò a barcollare, per cui si appoggiò al bancone per non scivolare a terra, chiuse gli occhi e restò ferma per qualche minuto, mentre due grandi lacrime le rigavano il volto. Silvia la afferrò saldamente e la strinse a se per soccorrerla e farle sentire la sua presenza amica.

«Che ci avete, signurì? Ho detto qualcosa che non và?» si preoccupò la donna, temendo di avere detto qualcosa di offensivo nei confronti di quella ragazza straniera. Bae fece cenno con la testa di non preoccuparsi, mentre Silvia la sorresse e le porse un fazzolettino di carta. Poi la guardò preoccupata, le accarezzò il viso e, vedendo che lei si riprendeva da quello stato di torpore nel quale, per un attimo, era sprofondata, le sussurrò: «Non ti preoccupare, se hai qualche problema, parlane con Park, lui ti vuole molto bene, vedrai che lo risolverete insieme.»

Usciti dal negozio, restammo ancora un po’ sull’isola, poi ci avviammo al porto e lì ci imbarcammo sul traghetto per Napoli, dove avevamo lasciato la macchina per fare ritorno a Roma.

Per il resto della giornata, le due donne si sforzarono di non parlare più di quell’argomento, anche se era evidente che li interessava molto entrambi. Tuttavia, in tutti i discorsi che faceva, Bae era nervosa, mostrava un continuo alternarsi di entusiasmi e di ripensamenti.

Finalmente la sera, quando eravamo ormai vicini a Ostia, era più serena, come se avesse preso la decisione di rinunciare a qualcosa, di considerarlo solo un suo capriccio. Sembrava rassegnata a non combattere per qualcosa a cui teneva molto. Poi, mentre eravamo a cena, in un ristorantino tranquillo, nei pressi della nostra città, cominciò ad aprirsi con noi e a raccontare quale era il problema che destava in lei tante preoccupazioni.  

I cani non sono ammessi a bordo!

Bae tuttavia era titubante nel farsi vedere con il cane. Lo teneva un po’ nascosto dentro la sua cuccetta portatile di stoffa, usciva solo la sua testolina bianca che lei accarezzava con dolcezza. Quando era ai piedi della scaletta, in fila per salire a bordo della nave, vide che in cima c’era un’altra coppia che aveva un cane, un piccolo volpino che la ragazza teneva in mano senza alcun problema. L’ufficiale preposto al controllo dei documenti salutò con molta riverenza sia la ragazza che il signore che era con lei, poi fece addirittura una carezzina al cane e li fece imbarcare senza alcun problema.

Quella scena le diede maggior sicurezza, tirò fuori il suo Kim dalla cuccetta e lo prese anche lei in braccio, adesso era sicura che non ci sarebbero stati problemi, era felice di coronare il suo matrimonio con quella stupenda luna di miele. Accarezzò Park e lo baciò con amore. «Ti amo», gli sussurrò fissandolo negli occhi, «ti ringrazio per questa meravigliosa crociera e ringrazio anche tua madre per la benedizione e il coraggio che ci ha dato.» Park rispose con un altro bacio, tirò un grosso sospiro di sollievo ed agitò il braccio, per salutare anche noi che eravamo a terra ed aspettavamo di vederli imbarcare.  

Quando fu in cima alla scaletta, vedemmo che ebbero una discussione animata con l’ufficiale di bordo e dopo un po’ tornarono giù a terra con il cane in braccio. La loro gioia si era trasformata in rabbia. Vennero da noi pieni di sconforto e lei ci raccontò che l’ufficiale addetto al controllo dei documenti li aveva respinti in modo deciso, «Voi potete salire, ma i cani non sono ammessi a bordo». Aveva detto.

Bae era rimasta molto sorpresa e aveva replicato decisa: «Ma abbiamo appena visto che una coppia prima di noi aveva un cane delle stesse dimensioni di Kim! Per quale motivo il loro cane è stato ammesso a bordo e il nostro no?»

L’ufficiale aveva avuto un attimo di indecisione, si era guardato intorno e si era ricordato che, effettivamente qualche minuto prima era salita a bordo una coppia con un cane ben in vista, ma subito aveva trovato la risposta che faceva al caso suo.

«Esatto, ma è proprio questo il motivo per cui il vostro non può entrare. La nostra compagnia accetta un solo cane a bordo in ogni viaggio, proprio per evitare che sulla nave possano incontrarsi e, giocando o litigando tra loro, dare fastidio al resto dei passeggeri. Se voi foste saliti per primi non ci sarebbe stato nessun problema, ma adesso che un cagnolino è già salito a bordo, il vostro non può più essere ammesso.»

Bae era delusa, pensava che quel viaggio, che lei aveva voluto ad ogni costo, non fosse benedetto dal Signore. «Senza il cane io non vado. Forse è un segno divino che questo viaggio non dovevamo farlo, ripeteva sconfortata, asciugando qualche lacrima che le rigava il volto».

Park era d’accordo con lei, forse nel suo cuore era rimasta qualche riserva, qualche paura nascosta di salire a bordo di una nave.

Fu ancora Silvia a spronarli a non desistere. «Non perdete questa occasione, avete anche pagato un sacco di soldi. Il cane ve lo tengo io, in fondo si tratta solo di una settimana. Vedrete che con me starà benissimo.»

Bae era indecisa, cercava l’appoggio di Park, anche se lui era più indeciso di lei nell’affrontare quel viaggio, era come se sentisse una paura nascosta di salire su quella nave. Nel frattempo tutte le persone che dovevano salire a bordo si erano già imbarcate. La nave aveva emesso un forte fischio della sua sirena. Era il segnale che stava per partire.

Ma Silvia insistette ed alla fine li convinse, o almeno lei pensò di averli convinti. In effetti io avevo notato una strana luce negli occhi di Bae, come una astuzia che le era venuta in mente proprio in quel momento.

L’ufficiale preposto ai controlli era ancora li, Bae lo chiamò e gli fece cenno di aspettare un attimo.

«Consegno il cane ai miei amici e saliamo a bordo, gli disse con voce forte e decisa.»  L’uomo in divisa la guardò e le rispose di fare in fretta.

Bae porse a Silvia la cuccetta portatile con dentro il cane, una piccola borsa dove lei teneva i croccantini e le ciotole, facendo attenzione a che si vedesse bene la testolina del cane nella cuccetta. Poi ci salutò con un bacio ed alla fine si raccolse un attimo come per dare un ultimo bacio al suo cagnolino, ma in un attimo lo fece saltare dentro la sua borsa da viaggio e subito la richiuse. Fu cosi svelta che neanche Silvia si accorse di quella mossa ed anche io, che pur avevo notato quello strano movimento, non era sicuro di ciò che fosse realmente accaduto, ma stetti al gioco e feci finta di nulla.

Park e Bae salirono velocemente a bordo, l’ufficiale li accolse con un sorriso, non aveva assolutamente notato la mossa furtiva della ragazza e subito dopo la nave emise un ultimo fischio della sua forte sirena.

L’ufficiale tirò su la scaletta e la nave si mosse mentre la sirena suonava ancora a festa.

Ci dirigemmo velocemente verso il parcheggio mentre Silvia stringeva in braccio la cuccetta portatile con il suo prezioso contenuto. La teneva ben chiusa per evitare che Kim si affacciasse e prendesse freddo o, peggio ancora, potesse fuggire. Ma quando arrivammo in macchina e la poggiò sul sedile posteriore, dando una sbirciatina per vedere se il cagnolino fosse impaurito, la sua sorpresa fu grande. Vide che il cane non c’era, infilò la mano come per assicurarsene e gridò sconfortata rivolgendosi a me che ero fuori e stavo mettendo la borsa nel bagagliaio: «Alex vieni subito, abbiamo perso il cane!! » mi precipitai in macchina e constatai di persona che la cuccetta era vuota. Silvia era terrorizzata, ma io le raccontai la mossa furtiva che avevo visto un attimo prima che Bae salisse sulla scaletta.

«Mi sembra impossibile che sia riuscita a fare il tutto così velocemente che io non me ne sia accorta.» rispose lei guardandomi sbalordita. «Stai tranquilla che è così!» le risposi io.

«Speriamo proprio che sia così. Certo io non ho il coraggio di telefonarle e chiederle se il cane è con loro. Se non fosse così con che faccia potrei presentarmi a lei? » Anch’io ero preoccupato, insicuro di aver visto bene quella mossa che era durata un millesimo di secondo oppure di essermi sbagliato e di avere veramente perso il cane. Mi ponevo mille domande: come avevamo fatto a perdere il cane nel brevissimo percorso che avevamo fatto a piedi? E poi, Silvia era stata attentissima a tenere quella borsa come un bene prezioso, se fosse uscito sicuramente ce ne saremmo accorti!

«Vedrai che tra qualche minuto ci telefoneranno per rassicurarci.» Dissi con un tono di sicurezza e con la segreta speranza che fosse andata proprio così. Agitati ed in attesa di quella telefonata, tornammo a casa, ma passò qualche ora e il nostro telefono non squillò. Restammo svegli e con il cuore in gola, seguendo distrattamente la televisione, quando i programmi si interruppero e venne data in diretta la notizia della disgrazia al Giglio. Potete capire quale dramma sia stato per noi quel naufragio!».

Alex completò così il suo racconto, mentre i colleghi lo guardavano con compassione. «Se hai bisogno di noi, telefonaci a qualsiasi ora del giorno o della notte.» Gli disse uno dei più intimi e gli altri gli fecero segno di fare altrettanto con loro mentre lo salutavano con un abbraccio pieno di affetto.

In effetti, dal momento in cui Park e Bae erano saliti a bordo, tutto si era svolto così velocemente che loro stessi non si erano resi conto dello scorrere del tempo. Ridevano felici di essere su quella nave dove tutto era nuovo e fantastico, un mondo di sogni che loro non sarebbero neanche riusciti ad immaginare. Si stupivano della grandezza dei bar e della loro ricchezza, della lunghezza dei corridoi e dei quadri di valore che erano appesi alle pareti, della sontuosità dei saloni e della ricchezza degli arredi! Quella folla multietnica di persone, entusiaste come loro di trovarsi a condividere quella romantica avventura, li eccitava! Tutto per loro era motivo di stupore. Erano felici anche di essere riusciti a portare Kim a bordo, anzi, forse quella era proprio la soddisfazione maggiore!

Pensavano che almeno Silvia se ne fosse accorta, per cui non immaginavano di dover telefonare loro per rassicurarli. Park guardò la cartina della nave che avevano dato loro all’ingresso e subito si diresse verso la loro cabina. Bae camminava veloce dietro di lui e di tanto in tanto infilava la sua mano nella larga borsa che portava a tracolla e dava una furtiva carezzina a Kim. 

La trovarono subito, aprirono la porta con la tessera magnetica che era stata consegnata loro all’ingresso e subito si meravigliarono di trovare che i bagagli erano già in stanza. La ragazza aprì subito la sua borsa e fece uscire il cagnolino. Con un dito pressato sulle sue labbra gli fece cenno di non abbaiare e di non fare rumore: lui era un clandestino a bordo anche se non lo sapeva. La bestiola tuttavia fu molto ubbidiente, sembrava capire tutte le parole che la sua padroncina gli sussurrava. Peccato che certi animali non siano ufficialmente ammessi a bordo delle navi da crociera, certo il fastidio che potrebbero dare sarebbe nullo o comunque minimo, se paragonato alla gioia che riuscirebbero a dare ai loro padroncini, i quali sarebbero felici di avere la loro compagnia anche in momenti così emozionanti. 

Aprì poi la sua valigia e tirò fuori il vestito più bello, uno di quelli che aveva comprato a Roma nei giorni in cui il fidanzato era venuto a trovarla, facendole quella gradita sorpresa. Era entusiasta di poterlo indossare. Anche Park prese il vestito più bello e se lo appoggiò sul petto, giusto per vedere come gli stava addosso.

Bae cominciò a svestirsi, mentre Park cercava di rendersi conto di quali comfort potevano disporre nella loro cabina: c’era il telefono, il televisore con un grande telecomando per poter vedere i programmi pubblici e quelli a circuito chiuso che la direzione della nave metteva a disposizione dei passeggeri. Bae vedeva che il suo neo marito perdeva tempo con quegli arnesi tecnici e lo distrasse con un tenero bacio mentre lei indossava solamente un minutissimo slip.

Lui la prese da dietro e la strinse al suo petto, rispondendo al suo gesto civettuolo con un romantico bacio sul collo, subito sotto la sua guancia destra, mentre con le mani le accarezzò i seni nudi massaggiandoli dolcemente con le dita. Lei girò la testa e si baciarono con quell’ardore che solo gli sposini freschi sanno avere. Per un attimo non furono più su quella nave né in nessuna altro posto della terra, erano in Paradiso! Lui le fece cenno con gli occhi di sdraiarsi sul letto, ma lei si staccò e gli rispose ridendo:  «Dai, lo facciamo dopo! Adesso voglio andare a vedere il salone ristorante, voglio provare com’è la cena a bordo! Voglio sognare!»

Si vestirono in fretta e salirono al ponte dove c’erano dei ristoranti, lasciando il cagnolino sul letto, dopo avergli intimato di non fare alcun rumore. Girarono un po’ sulla nave, incantati dal lusso e dalla magnificenza di tutte le cose che vedevano. Dopo un po’ Bae chiese a Park se potevano andare in un ristorante qualsiasi oppure avevano un posto prenotato e lui, che aveva letto il programma che gli era stato consegnato, disse che a pranzo potevano scegliere il ristorante che volevano, mentre a cena avevano il posto prenotato ed indicò dove dovevano andare. Bae lo seguiva con fiducia, come un cucciolo che segue la sua mamma senza chiedere perché vada da una parte oppure da un’altra.

Si trovarono così ad un tavolo apparecchiato per quattro, dove già sedeva una giovane coppia di turisti tedeschi, che tuttavia parlavano bene in inglese, per cui non ebbero problemi per capirsi. Fecero una breve presentazione, lei si chiamava Kate e lui Curd.  Loro avevano già fatto una crociera, era stata la loro luna di miele, due anni prima, con un’altra compagnia di navigazione. Appena saputo che anche i due sposini coreani erano in luna di miele, Kate suggerì loro di presentarsi al comandante perché sicuramente ci sarebbe stata una festa in loro onore. In tal modo lui avrebbe saputo dir loro cosa avrebbero dovuto fare e quando.

«Il comandante è quel signore in divisa seduto al tavolo laggiù. Andate a salutarlo nel frattempo che portano gli antipasti, la scelta del menù la farete dopo. »

Park e Bae andarono a quel tavolo con un po’ di agitazione, erano emozionati di presentarsi davanti al comandante di una nave così grande e lussuosa. Inoltre la ragazza aveva il timore che qualcuno potesse aver notato che lei aveva portato il cane a bordo e ciò potesse suscitare dei problemi. Un turbine di idee frullavano nella sua mente, cosa avrebbe dovuto dire ad un uomo così importante, che aveva la responsabilità di oltre quattromila persone? Ed in che lingua avrebbe dovuto esprimersi con lui?

Ma appena vide in volto il comandante, riconobbe in lui il signore che era salito a bordo con il cagnolino. Infatti a fianco a lui era seduta la ragazza bionda che teneva tranquillamente sulle gambe un bel volpino beige che già li guardava con aria incuriosita. Bae si sentì salire il sangue in testa, avrebbe voluto gridare all’ingiustizia: perché lui poteva portare a bordo il suo cane e lei no? 

  

Il dramma di chi è a casa

In quel momento arrivò un vigile del fuoco: «Siete voi i due sposini coreani?» chiese trafelato. Al porto del Giglio c’è un cuoco peruviano che ha trovato due telefonini che potrebbero essere i vostri. Ha detto che sono pieni di messaggi, ma lui non riesce a leggerli perché sono scritti in cinese o coreano!

«Voglio andare subito al Giglio!» disse Park, mentre una vampata di rossore gli colorò il volto. Il vigile del fuoco li invitò a seguirlo, poteva portarli al Giglio con la sua lancia in breve tempo. Vennero anche Alex e Silvia che approfittarono di quel passaggio per tornare sull’isola. Durante il percorso il meteorologo provò a dire al coreano che avevano a disposizione la casa di un loro amico dove avrebbero potuto riposarsi qualche ora prima di partire, ma il coreano scosse la testa. In quel momento aveva bisogno solamente di avere notizie di sua madre.

Il vigile del fuoco, che aveva sentito quale era il desiderio del giovane, nel frattempo si era messo in contatto con il sindaco del Giglio, affinché, con la sua autorità, potesse provvedere a procurare due biglietti di aereo sul primo volo per la Corea, in modo da esaudire il desiderio dei due sposini.

Prima di entrare nel porto, videro la nave adagiata sugli scogli, come una balena spiaggiata che non aveva più voglia di vivere. Ma, nonostante lo spettacolo fosse solenne, quasi non fecero caso a quel castigo di Dio! Nella mente dei due ragazzi c’era solo una madre! I loro pensieri erano rivolti solo a lei.

Appena scesi al molo del Giglio, andarono dritti al piccolo bar che gli avevano indicato. Gli occhi di Park scrutarono tutti i presenti ed individuò subito il cuoco che aveva trovato i due cellulari. Prese il suo e lesse i messaggi. L’ultimo diceva che sua madre “Non si era ancora risvegliata. I medici aspettavano che ciò avvenisse per dare qualche buona speranza”.

Quelle parole scatenarono la sua voglia di sapere. Dunque il suo timore era confermato! Cosa era accaduto a sua madre? Lesse i messaggi precedenti e capì che la madre era stata colpita da un collasso, era stata ricoverata in condizioni disperate e, nelle stesse ore in cui loro erano rimasti chiusi all’interno della loro cabina, lei era in coma, la sua vita era appesa ad un filo. Solamente quando in Italia erano circa le tre di notte, gli strumenti che monitoravano il coma nel quale era sprofondata, avevano dato un primo impulso di un suo possibile ritorno alla vita.

Una intercessione divina aveva fatto coincidere gli orari del loro ritrovamento sulla nave e della speranza in un risveglio della madre. Chissà, pensò Park in quel momento, se non fosse stato il padre, da lassù, ad intercedere per loro due e ad ottenere la grazia nello stesso istante.

Ma da chi venivano quei messaggi? Park guardò il numero e vide che era sempre lo stesso, ma era un numero che non conosceva. Guardò Alex come per chiedere una ispirazione sul da farsi e il meteorologo gli suggerì di telefonare e sentire chi rispondeva a quel numero.

Il coreano telefonò e all’altro capo rispose il fratello minore, quello che si era allontanato da casa da oltre un anno senza più dare notizie di se. «Hong, come stai?» chiese emozionato Park, contento di sentire la voce del fratello, che da troppo tempo si era allontanato da casa causando un immenso dolore a lui e alla madre. «Come sta la mamma?».

Hong fu sorpreso di sentire la voce del fratello. «Io sto bene.» disse con voce roca. «Ma tu? Come mai anche tu eri su una nave dopo tutti i rimproveri e le paternali che facevi a me?» Park si sentì colpito in quel suo ruolo di padre, che lui aveva assunto verso il fratello minore, al quale voleva essere di guida e di esempio ed invece lui stesso aveva trasgredito i principi che aveva cercato di infondere.

«Lascia stare questo fatto, poi ti spiegherò. Adesso dimmi come sta la mamma!» disse con forza, ribadendo con il tono della voce, la sua superiorità ed il diritto al rispetto per il fatto che lui era il fratello maggiore. «Mamma ha avuto un collasso, adesso è in coma, ma i medici hanno dato una piccola speranza!». A quelle parole Park scoppiò in lacrime, non ce la fece più a sostenere la tensione nervosa che lo rodeva dentro.

Si appoggiò ad una sedia che Silvia gli aveva prontamente avvicinato, mentre Bae prese il telefono, che stava per cadergli di mano, dalla quale si udiva, come se fosse un altoparlante, la voce di Hong che chiamava il fratello con tutto il fiato che aveva in gola.

«Park, come stai? Che ti è accaduto? Rispondi!» Bae disse che si era seduto un attimo perché la stanchezza degli avvenimenti lo rendevano ipersensibile. «Ma tu che hai fatto in tutto questo tempo? Come mai adesso sei tornato a casa, a fianco a tua madre?» Hong tirò un grosso sospiro per farsi forza.

«Un anno fa, quando sono andato via da casa, mi sono imbarcato come cuoco su una nave mercantile che trasportava merci tra la Corea e la Cina. Non ce la facevo più a sopportare la situazione che si era creata nella nostra famiglia! Mamma ci torturava tutti e tre con la sua assillante oppressione di non farci salire su una nave, ben sapendo che quello era stato, da sempre, lo scopo della nostra vita. Quello al quale ci aveva indirizzato nostro padre!

Noi dovevamo reagire, spronare anche lei ad uscire dall’esaurimento nervoso in cui era caduta. E poi c’era Shim! Forse lei ha pagato più di tutti lo scotto della morte di nostro padre. Siamo stati noi a lasciarla al suo destino. Se l’avessimo spronata ad uscire di casa e fare una vita normale, probabilmente adesso lei avrebbe potuto farsi una famiglia come tutte le altre ragazze, avere un fidanzato, un marito, dei figli. E in questo momento avrebbe potuto dare aiuto a nostra madre.

E invece è rimasta sempre a casa, a giocare con le bambole e cucinare la solita minestra di riso, sempre uguale da oltre dieci anni. Non si è più vestita elegante, né pettinata. Non ha più avuto amici né interessi! Quel giorno in cui è morto nostro padre, sembrava che ci fosse stata una vittima in più e che quella persona fosse nostra madre. Invece è stata Shim, nostra sorella, a morire nell’anima anziché nel corpo! E noi ne siamo stati la causa. L’abbiamo abbandonata a se stessa, anzi l’abbiamo assillata a stare chiusa in casa, per evitare i pericoli di questo mondo. L’abbiamo reclusa, ancora bambina, nel regno dei morti! E questo Park non può certo negarlo. ……….