È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida 
Si trova in libreria oppure on line: 
http://www.booksprintedizioni.it/libro/romanzo/la-danza-dello-sciamano 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM di questo sito, sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo. 
Un lettore ha trovato un parallelismo tra questo brano ed uno del libro “Agostino” di Alberto Moravia (vedi http://www.alfiogiuffrida.com/forum/item/37-quali-sono-i-libri-che-vi-hanno-lasciato-un-ricordo-profondo.html)  

Il giorno dopo Halima si presentò a casa di Bechir e fu accolta con gentilezza. In pochi giorni il suo aspetto fisico si trasformò. Sciolse i capelli che aveva lunghi e mossi, castani ma con riflessi tendenti al rosso. 

 Unse tutta la sua pelle con olio di argan, rendendola subito morbida e soda, mentre per le mani, che erano particolarmente rovinate, usò una crema al burro di karité, che le tolse, in breve tempo, tutte le screpolature che aveva.

Si fece apprezzare molto da Bechir sia come cuoca che come governante. Cucinava molto bene e preparava pietanze così appetitose che il suo “padrone”, diversamente da come aveva fatto fino ad allora, mangiava sempre a casa.

Sceglieva lei i vestiti che lui doveva indossare ogni giorno, erano sempre ben puliti e profumati e lo vedeva molto soddisfatto, perché era riuscita a consigliargli l’abito adatto per ogni occasione, rendendolo in poco tempo una persona unica e raffinata in quell’ambiente alquanto rozzo.

Presto Halima si occupò di lui in maniera ancora più intima. Lo aiutava a vestirsi e lavarsi, facendolo inorgoglire ogni volta che gli faceva il nodo della cravatta, che lui non riusciva a fare.

Cominciò con il lavargli i piedi, ma dopo qualche giorno lo insaponava e massaggiava anche nelle parti intime, facendogli il bagno. Ormai quell’uomo non sentiva più alcun pudore o imbarazzo ad essere toccato da una donna che, come età, poteva essere sua madre e che era così amorevole con lui.

Bechir notò lo sguardo interessato e quasi commosso che la donna diede al tatuaggio che lui aveva sul braccio destro e le chiese perché la interessasse tanto. Lei rispose «E’ molto bello, sembra l’emblema di qualche famiglia importante».

Quella notte Halima non riuscì a prender sonno. La sua mente era troppo impegnata a valutare le differenze tra due popolazioni: i Berberi, di cui lei stessa faceva parte ed i Tuareg, i loro acerrimi nemici di sempre.

Era meglio essere liberi “Imazighen”, come si definivano loro, dedicarsi alla pastorizia e all’agricoltura, ma ritrovarsi quasi stranieri nella loro stessa terra?

Oppure essere dominatori del deserto, come i Tuareg, esercitare l’allevamento e la razzia, ottenere il potere con la lotta e con frequenti scontri tra tribù?

Ma la sua mente era stanca, non aveva più la capacità  di addentrarsi in quelle questioni così delicate.

Il giorno dopo, lui che era un vizioso e non aveva mai avuto una carezza se non dalle donne di dubbia fama che lavoravano al suo servizio, si spinse oltre, fino a chiederle di svestirsi completamente anche lei, quando lo lavava. E la donna lo accontentò.

Si metteva nuda dal momento in cui lo svegliava al mattino fino a quando non lo aveva vestito di tutto punto. Indossava solo un paio di scarpe con il tacco alto per sembrare un po’ più slanciata.

Halima aveva acconsentito a svestirsi, inizialmente con grande imbarazzo, solo perché lo aveva chiesto lui ed aveva già capito che le sue richieste erano ordini, che non potevano essere rifiutati, ma subito dopo aveva cominciato a farlo con passione.

Sapeva che per raggiungere lo scopo che si era prefissa quello era inevitabile, anzi avrebbe dovuto fare molto di più. Inoltre sentiva uno strano effetto quando lo sfiorava o lo toccava con la delicatezza che si usa per un bambino appena nato.

Ma lui, ogni volta che lei lo lavava, si eccitava al massimo. Prima lei gli spalmava un po’ di crema con le mani nude sui fianchi e nelle ascelle, quindi gli insaponava il ventre e le cosce, massaggiandolo un po’.

Poi lui si girava e lei gli insaponava le spalle, quindi si stringeva a lui per lavargli bene anche il petto e l’inguine, mentre i suoi seni nudi strisciavano e premevano sul corpo dell’uomo.

Infine lei lo sciacquava, passandogli delicatamente le mani su tutto il corpo e, dopo averlo asciugato con un telo morbido, appoggiava le sue labbra sulle parti più intime di lui per vedere se erano asciutte bene.

Quando erano nudi sotto la doccia, anche lui si divertiva a lavare lei. Le massaggiava i fianchi ed i seni, ma lo faceva con forza, in modo molto rude, facendole male ed arrossandole la pelle.

Lei, sentendo le mani di quell’uomo sul suo corpo, provava una sensazione particolare, era come se avesse sempre voluto che quelle mani le accarezzassero dolcemente il suo viso, come un bambino che accarezza la madre con affetto. Ma dovette accontentarsi, sopportare quelle carezze di tipo molto diverso e non chiedere oltre.

La donna si sottoponeva a questi atti perversi con uno scopo ben preciso: voleva entrare in stretta confidenza con lui, al fine di carpirgli le verità che le stavano a cuore.

Voleva fargli raccontare, senza che lui se ne accorgesse, tutti i particolari sulla morte della escort di Fouad. Avere la conferma che era stato lui a tagliare la droga che aveva causato tutto ciò e di cui era stato incolpato Karim, che invece era innocente e soffriva chiuso in carcere.

Ma Bechir era un uomo duro, con un carattere forte, era abituato ad avere ciò che voleva senza concedere nulla, aveva molte escort e tutte erano pronte ad eseguire i suoi ordini.

Se Halima voleva ottenere che lui dicesse qualcosa al di fuori della sua volontà, doveva rendersi insostituibile sia a livello fisico che psicologico, doveva agire con forza ed astuzia, fargli capire che era lei quella più forte. Doveva sottometterlo psicologicamente ad eseguire le volontà che lei gli imponeva.

Così Halima dovette farsi forza e concedere di più di quanto si era proposta, il suo carattere doveva risultare ancora più forte di quello dell’uomo che doveva combattere.

Sapeva di avere sbagliato molte volte nella sua vita e adesso Karim era in carcere anche per colpa sua e per le debolezze che lei aveva avuto in passato.

Forse era stato il destino che non le aveva lasciato la possibilità di svolgere bene il suo ruolo di madre, tuttavia anche lei si era lasciata andare un po’ e aveva affidato ad altri la risoluzione dei suoi problemi.

E, quando era stato il momento della sua scelta di restare con la madre o seguire il cattivo compagno, lei non si era imposta con l’autorità di una madre. Aveva lasciato la decisione al ragazzo. E lui aveva fatto la scelta peggiore, solo perché, agli occhi di un ragazzo, sembrava la più accattivante.

Adesso suo figlio aveva bisogno di lei e andava salvato ad ogni costo, anche se il prezzo fosse stato quello della sua stessa vita.

Si convinse che il solo modo per farsi perdonare da una persona era quello di fargli vedere che, a volte, il prezzo che occorre pagare per gli errori che si commettono è molto caro. 

Decise, innanzi tutto, di fare in modo che, fra le tante donne di cui disponeva Bechir, lei diventasse la preferita e, dovendo lottare con delle ragazze molto più giovani e belle di lei, doveva agire facendo leva su quei vizi, propri di certi uomini, che vogliono andare oltre all’atto di amore naturale e cercano qualcosa di forte.

Doveva risvegliare e ingigantire in lui una di quelle perversioni che offuscano la mente e lasciano l’uomo in balia della donna che lo possiede. 

Lei scelse il sadismo, forse perché aveva capito che Bechir poteva essere attratto da quella perversione, verso la quale lui mostrava un certo interesse, o forse perché era la sola che lei potesse attuare.

Bastarono pochi giorni ad Halima per conquistare la piena fiducia di Bechir. Ben presto loro cominciarono ad avere dei rapporti completi, anche se lei mostrava una certa resistenza a farsi amare da lui nel modo più comune, con lui lo sentiva un atto del tutto innaturale.

Piuttosto lo invitava a sodomizzarla. Gli faceva passare ogni piacere ed ogni vizio, era lei stessa a stuzzicarlo ad essere sadico, lo invitava a picchiarla su tutto il corpo con un bastone, gli diceva «Dai non aver paura, se questo ti eccita, colpiscimi più forte».

Ormai il suo corpo era tutto un livido, la sua pelle aveva un colore che andava dal giallo scuro al violaceo per le vecchie bastonate, al rosso fuoco per quelle nuove. E quando lui si fermava lei continuava «Dai colpiscimi sulle costole, non ti preoccupare se se ne rompe qualcuna».

Poi, quando l’eccitazione dell’uomo era al limite dell’immaginabile, lei lo invitava a violentarla e, mentre lui la sodomizzava, lei lo invitava a spegnerle delle sigarette su tutto il corpo. Ed ogni volta che si sentiva friggere la sua pelle, lei si voltava e lo baciava sulle labbra.

Dopo pochi giorni, le altre donne erano passate tutte in secondo ordine e venivano trascurate da Bechir, ormai voleva solo lei, era la preferita.

Il Tuareg non si accorgeva che la sua amante agiva per raggiungere uno scopo ben preciso. Quando finalmente la donna lo portava al culmine dell’eccitazione, il giovane non ragionava più e non si rendeva conto che Halima gli faceva delle domande ben precise.

Gli chiedeva chi faceva arrivare la droga e da dove, chi la tagliava e la vendeva ai clienti e così via.

Lui rispondeva trasognato, rivelando delle verità scottanti, senza fare caso quanto potessero essere pericolose per se stesso quelle affermazioni.

Lei seppe così ciò che le interessava sul traffico di droga a Gabes ed a Speranza ed anche tutti i particolari sull’incidente per il quale Karim era in carcere. Seppe anche di altri vari incidenti in cui erano morti degli operai tunisini o nigeriani oppure delle escort scomparse, di cui nessuno aveva mai saputo nulla.

Nell’intimità di un amplesso, Bechir le aveva inoltre raccontato per esteso la piena verità su come erano morti i due tecnici italiani della ditta di Luca. Quelli per i quali l’imprenditore italiano era in carcere.

Lo scopo per cui Halima si faceva volontariamente sottomettere e violentare da Bechir era evidentemente quello di ottenere la confessione che avrebbe pienamente scagionato Karim.

Ma nel mentre che raccoglieva le informazioni che il giovane tuareg le forniva, si era accorta che, per ottenere quel che voleva, doveva portare in tribunale delle prove che fossero al di sopra di ogni sospetto. Altrimenti i giudici, come avevano fatto la prima volta, non avrebbero dato credito alle parole di una povera berbera.

Con la scusa di andare al mercato per comprare gli ingredienti per il pranzo, sapendo che da lì a pochi giorni sarebbe iniziato il processo di appello di Luca, andò in carcere per far visita all’impresario siciliano.

Quando Luca arrivò in parlatorio, lei si presentò dicendo: «Mi chiamo Halima e sono la madre di Karim. Sono qui per dirti delle cose molto importanti per il tuo processo, infatti sono riuscita ad entrare in stretta confidenza con Bechir e ad estorcergli importanti confessioni che possono essere preziose per scagionarti.

Ma tu devi aiutare me in due modi. Devi dirmi come posso riuscire a far ascoltare ai giudici le confessioni che riesco a carpire a Bechir quando ci troviamo in intimità e inoltre, quando Karim uscirà dal carcere, tu dovrai aiutarlo, procurandogli un lavoro sicuro, che gli renda bene per il resto della sua vita.

Dovrai costruirgli un’impresa, anche piccola ma solida. Inoltre, tra parecchi anni, quando anche Bechir uscirà dal carcere, se vedrai che dopo avere scontato la sua pena è diventato un uomo diverso ed ha cambiato modo di ragionare, dovrai fare la stessa cosa anche con lui».

«Per una intercettazione ambientale», rispose Luca, «non ci sono problemi, posso far venire dall’Italia un tecnico che conosco e farti installare addosso una microtrasmittente.

La seconda richiesta è più difficile da soddisfare. Siamo in un periodo di crisi e non so se sarei in grado di aiutare Karim nei modi che mi richiedi tu. La terza richiesta proprio non la capisco, come mai vuoi che io aiuti proprio Bechir, che ha fatto tanto male sia a me che a te e tuo figlio?».

«Tu non sai quanto mi costa ottenere quelle confessioni», rispose seria Halima, «comunque sai che il tuo caso è molto serio, Karim non ritratterà la sua dichiarazione e quindi sarai definitivamente condannato, per cui devi scegliere, o aiuti mio figlio per come ti ho chiesto o marcirai in carcere.»

Luca capì che quella donna poteva effettivamente salvarlo, per cui, nonostante le difficoltà che ne sarebbero scaturite, accettò le sue richieste. Quello stesso giorno telefonò a Giuliano per far venire un loro comune amico, un tecnico dei servizi segreti, che avrebbe installato una microtrasmittente su qualche indumento di Halima.

Due giorni dopo il tecnico arrivò dall’Italia e fu pronto ad installare la sua cimice, grande quanto un bottone da giacca, su un vestito di Halima.

Ma quando la donna arrivò e si misero in disparte per posizionare il piccolo strumento, lei disse che applicarlo su un vestito era inutile, in quanto lei se li toglieva tutti prima di entrare nella stanza di Bechir, nè quella microtrasmittente poteva essere applicata sul corpo perché si sarebbe vista.

Evidentemente entrambi avevano sottovalutato la difficoltà di trovare un posto dove nascondere quel piccolo strumento. Tuttavia il processo iniziava l’indomani e quindi non c’era tempo da perdere.

Il tecnico propose alla donna di mettere lei stessa la trasmittente, già accesa, nella stanza di Bechir in un momento in cui lui era assente e lasciarla li, possibilmente vicino al letto.

Per spegnerla o accenderla bastava spostare un piccolo interruttore posto sul retro. In questo modo avrebbe funzionato purché loro fossero rimasti a non più di due metri di distanza.

Ma anche questa soluzione presentava dei grossi problemi, Halima sapeva bene che loro, durante i rapporti, si spostavano. Spesso andavano in bagno ed anche da una stanza all’altra, Bechir aveva tutto l’appartamento a sua disposizione.

Poi lei ebbe una intuizione, anche se sapeva che poteva presentare dei rischi per la sua persona.

«Se ingoio la microspia questa funziona lo stesso da dentro il mio corpo?» chiese al tecnico allibito per quella domanda.

«La cimice è coperta da una pellicola che resiste agli acidi, quindi penso che non ci siano problemi.» Rispose lui, non vedendo ostacoli tecnici al funzionamento.

Così lei, senza pensarci due volte, la accese e la ingoiò. «Adesso proviamo se funziona bene.» disse.

Il tecnico si spostò in un appartamento vicino, accese la ricevente ed un registratore e videro che l’apparecchio funzionava perfettamente.

Così si salutarono e lei gli disse di tenersi pronto, quella stessa sera, a registrare tutto quello che il tunisino avesse detto, in modo che la mattina seguente potesse portare il nastro direttamente in tribunale.

Quella sera Bechir era irritato ed offuscato dalla cocaina. Nel cantiere era avvenuto un nuovo incidente in cui era morto un suo operaio e la polizia, che era subito accorsa sul posto, stava indagando su di lui.

Ma Halima sapeva che non poteva rimandare, il processo di Luca iniziava l’indomani per cui le sue confessioni le servivano ad ogni costo quella sera stessa.

Fece appello a tutte le sue forze per darsi un coraggio sovrumano, vista la cruda azione che aveva intenzione di mettere in atto.

Subito si spogliò e cominciò a stuzzicarlo, ma lui era teso, non riusciva neanche ad eccitarsi. Provò prima con carezze e baci, ma non accadeva nulla, le dolcezze quasi lo innervosivano.

Le sevizie delle sigarette spente sui fianchi e sulle braccia, cominciavano a scaldarlo, ma non riusciva a farlo parlare. Provò con ogni mezzo, con la sensualità e con il masochismo, che sapeva essere il punto debole di Bechir.

Quando si fece picchiare brutalmente ed un paio di costole sotto lo sterno emisero un rumore simile a quello di un ramo che si spezza e si piegarono abbondantemente, vide che il suo aguzzino, premendo forte sul suo fianco, in modo da far rientrare completamente le costole nello stomaco e provocarle dei dolori lancinanti, cominciava ad eccitarsi nel modo giusto. Era quella la via da seguire.

Fu in quel momento che lei prese una di quelle decisioni che si possono prendere una sola volta nella vita, di quelle che solo alcune donne islamiche riescono a pensare, in virtù della loro fede, anzi esserne addirittura orgogliose: quella di immolare la propria vita per ottenere lo scopo che si era prefissa.

Fece uno sforzo di concentrazione e si convinse che da quel momento in poi ogni dolore, anche il più forte che si potesse immaginare, lei lo avrebbe sopportato con gioia, essendo esso il solo mezzo per ottenere quella giustizia che nessun altra persona le avrebbe potuto dare se non se stessa.

Il suo volto cominciò a farsi più sereno e più dolce, si rivolse a quell’uomo che già sudava forte per l’eccitazione, gli porse il suo braccio sinistro e lo invitò a spezzarglielo.

Lui restò fermo, non sapendo se fosse umanamente possibile svolgere un’azione così dura. Poi, visto che la donna continuava ad invitarlo e si mostrava sicura di quel che diceva, al colmo del sadismo e della perversione, prese il braccio per il gomito e per il polso, mise il suo ginocchio in mezzo per fare leva e tirò forte.

Il braccio emise un rumore secco e si spezzò, ulna e radio erano rotti di netto proprio a metà della loro lunghezza, con la parte inferiore che poteva essere piegata a novanta gradi rispetto al troncone superiore. Ma dalla bocca di Halima non uscì alcun grido, il suo volto non mostrò alcuna smorfia di dolore.

Quando lui piegò le due parti del braccio, sapendo che in quel modo le provocava dei dolori lancinanti ed era ancora incredulo che un dolore così intenso fosse umanamente sopportabile, vide con stupore che le labbra della donna si avvicinarono alle sue e lei lo baciò con ardore, in quel momento lui dovette farsi psicologicamente umile ed accettare la superiorità della donna.

Lui si eccitò moltissimo e cominciò a violentarla. Lei lo rincuorò, «Vedi che ti sei sciolto» gli disse, «dai non pensare più a questo nuovo incidente, vedrai che ne uscirai indenne come le altre volte. Piuttosto raccontami come è successo quella volta con i tecnici di Luca.».

Così lui cominciò a raccontare, non immaginando che questa volta le sue parole erano ascoltate e registrate e sarebbero state usate contro di lui. Per essere più sicura che il suo racconto fosse completo, lei gli chiedeva dei particolari sull’episodio degli operai di Luca ed ogni volta, per distrarlo dai sospetti che potessero fermare il suo racconto, lo faceva giocherellare invitandolo a piegare e torcere il suo braccio rotto.

E tutte le volte che lui piegava i due tronconi su se stessi, provocandole un dolore che sicuramente era fuori da ogni umana sopportazione, lei lo baciava e lo accarezzava.

Quando fu sicura che Bechir aveva raccontato tutto dell’episodio che riguardava Luca, gli chiese di raccontarle di quell’altro episodio in cui era morta la escort di Fouad, per la quale era stato incolpato Karim. Ma lui si mostrò stanco, non aveva voglia di raccontare oltre.

Ma la donna era decisa a completare nel modo più tragico la sua decisione di immolarsi per lo scopo che voleva raggiungere.

Come un kamikaze che parte per la sua missione suicida, con la cintura esplosiva avvolta attorno alla vita, lei si alzò dal letto con il braccio penzoloni, andò in cucina e prese uno di quei coltelli che usava per disossare la carne, quando comprava dei capretti interi.

Lo diede a Bechir e  gli disse di infilarglielo nel fianco. Se voleva poteva tirarle fuori le budella e giocherellare con esse.

Bechir fu attratto subito da quel gioco, prese la donna dalle spalle, la penetrò violentemente e le infilò la lama sul lato destro del ventre. Era oltre il massimo del sadismo che potesse aspettarsi, avrebbe voluto sentire le vibrazioni della donna, causati gli spasimi di dolore che lui le provocava.

Ma una volta infilata la lama, questa sembrava incollata al ventre della donna e lui non riuscì a muovere il coltello per allargare la ferita.

Il sangue scorreva a flutti sul letto, lei girò la testa verso di lui, con calma, lo guardò in volto e gli sorrise, «Non sei abbastanza pratico con i coltelli» gli disse, «tu raccontami di quella escort, che fa piacere a me e io ti aiuto a mettere una mano dentro la mia pancia, che fa piacere a te.»

Inebetito dalla droga ed eccitato dal coraggio e dalla forza della donna, lui iniziò quel racconto, che era la sua totale condanna ed una assoluzione per Karim, mentre lei iniziò a fare la macellaia su se stessa.

Con mano esperta fece scorrere la lama avanti e indietro sulla sua carne, procurandosi un largo squarcio sul lato destro del ventre.

Mentre tagliava un dolore lancinante le scorreva dal cervello fino alla punta dei piedi, sentiva delle vampate di calore che sembrava stesse bruciando anziché tagliandosi con un coltello, alternate a dei brividi di freddo che le correvano dentro la colonna vertebrale. Ma lei era calma e serena, la sua mano continuava a tagliare con forza la sua stessa carne.

Il dolore era talmente forte che a volte il cuore si fermava, ma con uno sforzo superiore alle sue stesse aspettative lei riprendeva a tagliare e a farsi male, ma dalla sua bocca non uscì un solo grido di dolore.

Quando Bechir ebbe finito il suo racconto, lei prese la mano di lui, la infilò nello squarcio che aveva praticato nel suo ventre, spingendola dentro fino a metà del braccio e baciandolo sul collo. Lo invitò a divertirsi rovistandole le budella, ma gli chiese anche di raccontarle di nuovo quell’episodio.

Voleva che la confessione fosse piena e nessun particolare fosse taciuto o poco chiaro. Così Bechir raccontò di nuovo, soffermandosi in tutti i particolari, senza rendersi conto di ciò che stava facendo.

Quando il giovane ebbe finito di parlare, Halima capì che aveva già perso molto sangue e la sua fine era ormai vicina, tolse con delicatezza la mano dell’uomo da dentro il suo corpo e vi infilò la sua.

Cercò qualcosa di simile ad un bottone tra le sue budella e appena trovò la microspia ……