È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida 
Si trova in libreria oppure on line: http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM di questo  sito, sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

Bae cercò una copertina per coprire il suo Kim, rovistò tra gli indumenti che uscivano dalla sua valigia, aperta solo per qualche istante, per estrarne il vestito che lei aveva indossato con tanto entusiasmo. In quel momento, fra gli oggetti riversati addosso alla parete, scorse il pugnale di Park, quello da cui non si separava mai. Quello che gli era stato donato dal suo maestro di Kung Fu, l’arte marziale di cui era appassionato sin da piccolo e della quale, da grande, era diventato maestro. 

Pensò all’affetto che il suo uomo aveva per quell’arma, alla venerazione che lo legava al suo maestro, che quell’arma l’aveva costruita personalmente, usando solo l’acciaio per la lama ed un corno di bue per l’impugnatura. Era uno dei primi oggetti che il suo maestro cinese aveva forgiato con la tradizionale procedura del damasco saldato. 
Nelle riunioni tra amici, il vecchio raccontava sempre come quella lama fosse stata resa morbida e docile, riscaldandola nel crogiolo e, in quello stato, appiattita e modellata a colpi di martello. Ripiegata su se stessa e picchiata con forza tra l’incudine ed il maglio, e poi di nuovo riscaldata e colpita con destrezza, svariate volte, finché anche la forte tempra dell’acciaio non si fosse piegata alla forza del maestro. 
Come avevano dovuto sempre piegarsi davanti a lui i suoi avversari più tenaci, negli infiniti combattimenti che egli aveva sostenuto, nei quali era risultato sempre vincitore. Era quella la tecnica tradizionale, che dava all’acciaio una affilatura elastica e resistente, che durava nel tempo, come i segreti del Kung Fu, che il gran maestro infondeva nei suoi più appassionati discepoli, più nello spirito che nel loro corpo, temprando in loro quel carisma che lui aveva innato e che, ai loro occhi, lo rendeva quasi divino. Mentre loro si astraevano dalla realtà ed ottenevano quella concentrazione che li rendeva invincibili. 
Eppure il suo maestro non si sentiva mai superiore agli altri. Quando insegnava ai suoi attenti seguaci le mosse più complesse, accompagnando le parole con delle dimostrazioni pratiche di agilità e destrezza, non dimostrava affatto i suoi sessantadue anni. La velocità delle sue braccia era tale, che anche l’osservatore più attento non avrebbe scoperto la tecnica che usava, se non fosse stato lui stesso a spiegarla.

Quando aveva insegnato a Park, uno dei “tao” più complessi, riproducendo il movimento come al rallentatore, per farlo capire meglio, sotto gli occhi increduli del suo discepolo, in lui aveva visto una luce: quello stesso vigore che aveva scoperto in se quando aveva solo dodici anni e si era proteso con tutta la sua anima, verso quella faticosa disciplina che era diventata lo scopo della sua vita. E quando si era reso conto che il suo pupillo aveva capito appieno la sua tecnica, continuò a stupirlo con le sue parole: «Non seguire le impronte del tuo Maestro, ma cerca di ottenere ciò che Lui stava cercando.»  

Anche il manico di quel pugnale era un capolavoro di intaglio: riproduceva un drago, scolpito con la punta di una pietra preziosa, sottilissima e durissima, su un corno di bue. Un’opera d’arte legata in modo indissolubile ad un gioiello della tecnica.

Il maestro teneva quel pugnale custodito tra i suoi cimeli più cari. Ma quando Park superò l’esame del suo secondo “dan”, lo regalò a lui e, da allora era diventato il suo gioiello più prezioso. «Custodiscilo con cura!» gli aveva raccomandato il maestro con voce solenne, «Forse un giorno, questo pugnale potrà salvarti la vita!» E Park era stato fedele a quella profezia, anche se, in cuor suo sperava sempre di non essere mai costretto ad usare quel pugnale contro un’altra persona, anche se quella potesse essere l’unica mossa per salvare la propria vita. 

A quella vista gli occhi di Bae brillarono di una luce oscura. Guardò il marito e vide che non la stava osservando, aveva gli occhi rivolti al cielo e forse stava pregando. Lei estrasse il pugnale dal fodero e lo incastrò con forza tra gli oggetti riversati nell’angolo della cabina, con la lama rivolta verso l’alto. Si alzò prima sulle ginocchia e poi si mise in piedi, dritta davanti al pugnale, che aveva la punta rivolta verso il suo petto. Lo fissò con il desiderio di averlo dentro di se, di poter mettere fine in quel modo ai troppi errori che aveva commesso.

Si lanciò su di esso senza emettere alcun grido. Ma la mano di Park fu più veloce di un serpente quando assale la sua preda. Ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto che Bae stava compiendo, ma la sua mente era vigile e il suo braccio veloce, abituato alle mosse fulminee, come solo un maestro di Kung Fu può esserlo. E lui, in quell’arte, era maestro! 
La sua mano si interpose tra il petto di lei e la punta del pugnale, riuscendo a spingerla lateralmente, mentre già il seno si appoggiava sulla lama affilata. Fu una mossa da esperto, studiata tante volte a tavolino e messa perfettamente in atto in una frazione di secondo. Nessuno dei due si ferì, solo i loro occhi si riempirono di fuoco.

In quel momento Park pensò al suo maestro ed alla velocità delle sue braccia, quando eseguiva le mosse più complesse. Finora era sicuro di non essere riuscito ad eguagliarne la velocità, ma questa volta, forse, l’aveva anche superata! Restò fermo per un attimo, pensando alla frase profetica che aveva detto il maestro. Ed infatti quel pugnale aveva già salvato la sua vita, perché se la sua donna fosse morta, lui l’avrebbe sicuramente seguita nel suo amaro destino. Ed invece già solamente il vedere quell’arma, era stato per lui uno sprono a non abbandonarsi al fato. Si poteva ancora fare qualcosa per sopravvivere! 
In quel fugace attimo durante il quale egli aveva fatto, tra se e se, questo ragionamento, non si udì alcun rumore, neanche il minimo fruscio. Ma la sua decisione valse per l’eternità. Bae era immobile, pietrificata da quella mossa fulminea del suo sposo. Ma la rabbia dell’uomo fu superiore allo stupore di lei! 
Era la speranza che aveva guidato la mano di Park, che aveva suggerito ad essa la giusta mossa e impresso la necessaria velocità per salvare due vite. Quella stessa speranza che adesso gli stava dando una forza impetuosa come la disperazione.

«FERMA!» le gridò a brutto muso. «Non è questo il modo di risolvere i problemi! Dobbiamo reagire! Non sarà certo questa scatoletta di una cabina a fermare una cintura nera di Kung Fu, con doppio Dan! E tu mi aiuterai! Non è ancora il momento di arrenderci!».

Quella frase e quel gesto accesero anche in lei una speranza, sottile e affilata come la lama di un rasoio. «Se ce la faremo a uscire vivi da questa disgrazia,» disse Bae, con voce tremolante per la rabbia, «mi impegnerò con tutte le mie forze, affinché un cane abbia sempre il diritto ad avere un posto a fianco del suo padrone. Almeno su una nave come questa, dove sicuramente non dà alcun fastidio!» …..