Quella sera entrambe le famiglie tornarono a casa tristi e sconsolate. La rabbia e il rancore, come spesso accade, avevano preso il sopravvento su quel meraviglioso miracolo di Chicco che riusciva a pronunciare le sue prime parole, al quale tutti loro avevano assistito, ma nessuno aveva dato ad esso l’importanza che meritava. Non si erano ancora resi conto che il Signore si era messo al loro fianco e stava spingendo la loro famiglia sempre più in alto, lontana dal baratro in cui era sprofondata.

Appena Vincenzo aprì la porta di casa, sentì che il telefono stava squillando. Andò a rispondere Susanna e sentì che all’altro capo era la voce di sua madre preoccupata ed inviperita perché aveva provato più volte a chiamarli sui cellulari ma loro non avevano risposto.

In effetti quella sera, quando si erano avviati al ristorante per incontrare questi nuovi amici, avevano sentito un grande bisogno di passare una serata divertente e rilassante, senza essere disturbati da noiose telefonate, per cui avevano impostato i rispettivi cellulari sull’opzione “silenzioso”. Poi, con l’agitazione che era avvenuta, non avevano proprio pensato a controllare eventuali chiamate.

 

Susanna tuttavia era ancora scossa per tutta quella discussione che avevano fatto in pizzeria ed avvelenata nei confronti dei suoi genitori, colpevoli di un comportamento veramente criminale, per cui rispose a tono e senza alcuna delicatezza alle rimostranze della madre.

«Siamo stati con le persone che hanno trovato Kelly e l’hanno adottata con amore.» disse rabbiosamente alla madre, «Ci hanno accusato di non meritare più l’affetto di quel cane che, forse, poteva essere di aiuto a Chicco, il cui primo bisogno è proprio quello di socializzare con qualcuno. Voi siete stati degli assassini verso quel piccolo animale indifeso, che non vi aveva fatto nulla di male mentre voi le avete ammazzato i cuccioli e l’avete gettata in mezzo ad una strada. Avremmo dovuto denunciarvi per il gesto che avete fatto! Siete degli esseri degni solo di disprezzo. Non voglio più sentirvi né vedervi.» E riattaccò il telefono, senza neanche salutare la madre o darle la possibilità di proferire alcuna parola.

Disse quelle frasi accecata dall’ira, senza misurare le parole, come invece avrebbe fatto se all’altro capo del telefono ci fosse stato il padre, che avrebbe controbattuto ogni sua frase. Ma il suo monologo era stato rivolto alla madre, che in pratica non era un essere pensante, ma solo un pappagallo, cha aveva assorbito quelle orribili frasi senza neanche pensare a difendersi. Del resto lei non era in grado di formulare una risposta, né di conforto verso una figlia che, in effetti, ne aveva tanto bisogno, né di rivalsa verso quelle dure e irriguardose parole. Era come una spugna, che assorbe l’acqua in un posto e va a scaricarla da un’altra parte, senza preoccuparsi minimamente delle reazioni che può suscitare.

Così la madre non pensò neanche a ritelefonare alla figlia e pretendere da lei delle spiegazioni e forse anche delle scuse, ma andò subito dal marito, che era già a letto. Vide che anche lui era sveglio e gli riversò addosso quel fiume di sdegno che la figlia le aveva gridato in faccia solo qualche istante prima. Non gli risparmiò nulla, anzi accentuò le parole per renderle maggiormente offensive e irriverenti. Lei non aveva né un cuore né un’anima che le avrebbero suggerito di addolcire almeno un pò quelle orribili frasi.

Il giudice non disse nulla, ascoltò in silenzio e restò immobile. Ma in quel momento capì la rabbia e la disperazione della sua unica figlia, il dramma che lei stava vivendo e che lui non era stato in grado di alleviare. Anzi, con il suo comportamento, lo aveva aggravato ed esasperato. Per lui stava per iniziare una notte tormentata da rimorsi pesanti che stavano venendo a galla proprio allora. Si girò dall’altra parte e fece finta di dormire, ignorando le incitazioni della moglie che voleva che lui si alzasse, prendesse il telefono e chiamasse la figlia. Lo accusava di viltà e lo spronava ad imporsi con la sua autorità, per riportarla alla sua posizione di subalterna obbedienza verso i genitori, con delle parole forti e giuste per quella circostanza.

Per un po’ la moglie lo scosse con le mani, cercò di spingerlo fuori dal letto per indurlo ad agire, gli parlò con toni gentili e poi con frasi scortesi ed ingiuriose. Lui restò muto ed immobile, finché la moglie, stanca di quel suo inutile abbaiare, si mise a letto anche lei e si girò dall’altro lato, forse pensando che in fondo quelli non erano problemi suoi. Come era sempre accaduto fino ad allora, spettava a suo marito analizzarli e risolverli. Lei pensò invece di avere esaurito il suo compito di madre e si addormentò, incurante dei problemi che affliggevano il resto della sua famiglia, ma non lei, che non era mai riuscita a sentirli come delle difficoltà delle quali si sarebbe dovuta preoccupare.

Il giudice invece non tentò minimamente di addormentarsi. Quando il ragliare della moglie si fermò e il silenzio della notte scese in quella stanza buia, finalmente riuscì a concentrarsi sui suoi pensieri. Una nuova coscienza si era impadronita delle sue idee facendogli capire chiaramente che il sentimento che lo legava alla figlia non era il comune affetto paterno.

Il giusto sentimento di amore che normalmente un padre nutre verso una figlia, in lui si era trasformato in un senso di protezione assillante e possessiva. Aveva cercato di plagiarla, per modellarla a sua immagine e somiglianza, senza averne il diritto. Per un momento il suo cuore si fermò ed avvertì chiaramente una fitta sul lato sinistro del petto che gli tolse il respiro, mentre un brivido di freddo lo percorse più volte dai piedi fino alla testa.

Subito dopo il suo cuore riprese a battere, ma era solo una pulsazione meccanica, il movimento di un muscolo, nel quale quei sentimenti di affetto e di amore paterno, che lui avrebbe voluto riattivare e normalizzare, erano talmente in disordine che lui perse ogni speranza di poterli riportare alla loro giusta dimensione. Si toccò il petto e sentì il suo corpo completamente bagnato da un gelido sudore. Una sottile paura si insinuò nella sua mente, normalmente fredda e razionale, interrompendo quel flusso di ponderati ragionamenti e meditate decisioni che erano soliti viaggiare da un lobo all’altro del suo vasto cervello. 

In un attimo perse tutta la sua prepotenza ed anche quel senso di sicurezza che aveva verso se stesso. Tutto quel mondo dorato che aveva costruito attorno alla sua figura, stava crollando miseramente ed implacabilmente. Pensò a se stesso non più come a un giudice, onesto, severo, giusto ed imparziale, delle cui azioni e decisioni andava fiero, che sapeva giudicare e consigliare il prossimo, dettando le sue giustissime sentenze anche in famiglia. Tutto ciò era ormai avvolto in una nebbia irreale, mentre una nuova luce si faceva spazio nel suo cervello stanco. In quel momento si vide di nuovo bambino.

Nella sua mente era tornato ad essere semplicemente Luca, quel ragazzino che giocava felice assieme a tanti altri, con le sue marachelle e la sua gioia di vivere, con i suoi piccoli problemi, i suoi grandi interessi e col suo sogno segreto: che un giorno sarebbe riuscito a diventare una persona importante.    

Nel silenzio della notte, egli cercava di capire cosa fosse accaduto alla sua mente. Valutare se il suo cervello era completamente spento o fosse ancora in grado di pensare. Poi, a poco a poco, le sue cellule celebrali ripresero a lavorare, cominciò a rivedere, come in un film, le immagini salienti della sua vita. Rievocò gli anni della sua fanciullezza, la spensieratezza delle sue azioni da bambino, gli episodi accaduti nel paesello dove era nato, laggiù in Sicilia a metà strada tra Catania e l’Etna.

Fu il ricordo di una vita semplice, le passeggiate scolastiche che nel periodo delle scuole elementari si facevano il giovedì, quando la maestra li portava fuori, formando una lunga fila di piccoli alunni che si tenevano tutti con la mano. Prima però controllava, con lo stesso amore che avrebbe avuto una mamma, che i “suoi” bambini avessero tutti la loro colazione a sacco, in genere due fette di pane con in mezzo un po’ di mortadella o di formaggio fatto con latte di pecora fresco, di quello comprato dal pecoraio del paese che lo faceva in casa e, quando lo si addentava, faceva uno strano stridio di fresco sotto i denti. Ma erano in pochi ad averlo, perché costava caro ed solo alcuni di loro potevano permetterselo.

La passeggiata in genere era breve, la maestra li portava sempre nel cortile di una vecchia chiesa sconsacrata che era poco distante dalla scuola, ma i bambini erano molto contenti di poter correre un po’ e giocare a nascondino tra quei pochi alberi di olivo e qualche manufatto abbandonato. 

In terza elementare avevano avuto invece il “Maestro Tomaselli” che era anziano e della vecchia guardia, lui non aveva la pazienza di controllare le loro merende e portarli sull’erba. Lui era un gran brav’uomo, un padre di famiglia, ma era anche un nostalgico, non si era per nulla accorto che il mondo era cambiato.

Quei “suoi” bambini lui li considerava ancora dei piccoli “Balilla”, nonostante quel periodo fosse ormai del tutto passato. Il giovedì, nell’ora della passeggiata, li inquadrava nel cortile della scuola e li faceva marciare, dritti ed in riga come dei veri soldati. Aveva insegnato loro a prendere le distanze tra una fila e l’altra con il braccio destro alzato, poggiando la mano prima sulla spalla di chi stava loro davanti e poi di chi stava loro a fianco, in modo da non urtarsi quando marciavano a passo cadenzato, mentre lui scandiva forte “un, due, un, due, … passo!”.

Aveva insegnato loro a fare anche il “passo dell’oca” ed avrebbe voluto che i bambini facessero anche il saluto fascista, ma qualche genitore l’aveva saputo ed era andato a dirgli, a brutto muso, che non era il caso che rievocasse in modo così evidente un passato che tutti avevano voglia di dimenticare in fretta. E lui aveva obbedito, anche se nessuno seppe mai se ciò fu per paura, oppure per la consapevolezza di chi è convinto delle sue idee, ma rispetta anche quelle degli altri.

E poi ci fu la grande nevicata del ’56, quella che è stata rievocata anche in una canzone di Mia Martini che ha avuto molto successo. In quella occasione tutti i bambini di Mascalucia giocavano a fare pupazzi di neve oppure si rotolavano felici nella piccola discesa di Via Calvario dove, in alcuni giorni, la neve era abbastanza alta e le macchine non potevano circolare. In quell’ambiente, tanto strano in un paese del sud, che era diventato improvvisamente di aspetto polare, imbiancato di neve e bloccato nelle attività quotidiane, che faceva arrabbiare gli adulti, impacciati ed impossibilitati a recarsi al lavoro, i bambini facevano le loro nuove esperienze, adattandosi con gioia a quel paesaggio soffice ed impalpabile.

Il piccolo Luca giocava sereno e quando si ritirava a casa si prendeva i rimproveri di mamma perché si era inzuppato di neve e poteva raffreddarsi. Ma erano rimproveri benevoli, che finivano sempre con un bacio.

Quell’anno tutte le regioni d’Italia, fino a quelle più estreme del meridione, furono imbiancate da uno spesso strato di neve, che cadde anche in Africa, sulle dune del deserto del Sahara. Un evento veramente eccezionale che durò per tutto il mese di febbraio e, dopo una pausa di una quindicina di giorni, riprese a marzo, classificando quell’anno come il più freddo della storia recente, anche se i record di temperatura minima appartengono con maggior frequenza al gennaio 1985, quando una massa d’aria gelida, proveniente dai Balcani, invase la nostra penisola per un paio di giorni.

Nel suo letto, zuppo di sudore, il giudice pensò a quei pomeriggi in cui doveva sbrigarsi a fare i compiti che gli aveva assegnato la maestra, per poi correre fuori a giocare con gli altri bambini della sua età. Cercò di ricordare i nomi di alcuni di loro: c’era Turi, che da grande era diventato giornalista e scrittore, Nino che poi fece il pasticciere e Filippo già destinato a fare il farmacista, perché quello era il lavoro di suo padre; e tanti altri. Quanti ricordi, dolci e confusi, passarono per qualche istante nella sua mente stanca!

Nel paese si conoscevano tutti e i bambini andavano sempre a giocare nel piazzale davanti alla Chiesa Madre e poi, non appena cominciava a farsi tardi, si riunivano tutti nella sede della “Democrazia Cristiana”: un grande salone dove nei periodi subito antecedenti le elezioni, i politici locali tenevano dei comizi al chiuso, mentre nei rimanenti periodi dell’anno era gestito dai notabili di quel partito.

In pratica quella sala era sempre a disposizione di quegli anziani, ritenuti politicamente fedelissimi, che stavano lì a giocare a carte e guardare la televisione. C’era uno di quei primi televisori che si videro in Italia a metà degli anni ’50, acquistato presso l’unico rivenditore che nella vicina città era riuscito ad accaparrarseli, il quale diceva con grande orgoglio, che lui li importava direttamente dall’America.

Era uno di quegli apparecchi grandi, pesanti, profondi e con lo schermo piccolo, al quale, come era di abitudine a quel tempo, si usava far costruire dal falegname del paese un mobile ad hoc per contenerlo. Quello situato nella sede della Democrazia Cristiana era di legno scuro, con le ante, che la sera, quando finivano i programmi ed appariva una antenna televisiva che scendeva e scompariva nella parte bassa dello schermo, si potevano chiudere per proteggere quel prezioso strumento tecnologico e custodirlo, oltre che dalla polvere e dagli urti accidentali, anche dagli sguardi dei curiosi del partito opposto, che sicuramente lo desideravano ma non erano ancora riusciti a raggiungere l’accordo, o la somma, per poterlo acquistare e finalmente vedere anche loro le notizie, i film e gli spettacoli che diventavano sempre più interessanti.

A volte entrava in quella sala anche il vecchio Parroco del paese, soprattutto quando c’era qualche intruso dell’altro partito, che lui conosceva bene, con il quale si soffermava a far due chiacchiere per sapere se, effettivamente, si era politicamente convertito oppure era venuto solo per curiosare. Spesso veniva il maresciallo dei Carabinieri, sempre ossequiato e riverito dagli adulti e scrutato con attenzione dai bambini, le cui mamme lo indicavano sempre come simbolo dell’autorità dello Stato e della severità della Legge. A volte passava anche il farmacista, un’altra delle figure eminenti di quei piccoli paesetti di provincia, ma lui non entrava mai dentro, come invece facevano gli altri che in quel modo approfittavano per ammirare quel gioiello della tecnica, lui si fermava sempre davanti alla porta perché il televisore lo aveva già comprato e lo aveva a casa, anche se non lo aveva mai detto a nessuno per evitare di avere troppe visite indiscrete.

In quella grande sala, arredata solamente con sei o sette file di sedie disposte davanti al televisore, gli amici dei notabili venivano a vedere il telegiornale ed il sabato sera, a turno secondo la capienza della sala, potevano portare tutta la famiglia per assistere ai programmi di quell’unico canale televisivo di cui l’Italia di allora disponeva. Si potevano seguire i primi spettacoli di varietà di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello o il gioco a quiz: “Il musichiere” presentato dall’indimenticato Mario Riva. I bambini invece erano ammessi tutti i giorni, ma solo fino all’ora di “Carosello”, poi tutti a casa, a chiedere alla mamma il formaggino di cui avevano visto la pubblicità e sentirsi dire che non c’era, perché costava troppo ed in paese non si trovava, per comprarlo bisognava prendere la corriera ed andare in città.

Così una mezz’ora prima che iniziasse il famoso programma pubblicitario, tutti i ragazzini arrivavano in quella sala come attratti dal miele e chiamavano a gran voce quel loro amico, che un giorno sarebbe diventato  un giudice, per fare come ogni sera, il loro gioco preferito: “Se avessi una bacchetta magica”.

Quel gioco scaturiva dal fatto che lui aveva una discreta conoscenza di geografia, trasmessa dal suo vicino di casa, l’avvocato Condorelli che la geografia l’aveva nel sangue, come una passione. La studiava anche di notte perché doveva presentarsi, su quella materia, a “Lascia o raddoppia”, una delle prime trasmissioni di Mike Bongiorno e spesso chiamava quel ragazzino per ripassarla e ripeterla a qualcuno. E il piccolo Luca partecipava interessato, in quanto gli piacevano tutte quelle notizie geografiche, per cui si era fatta una cultura sulle capitali di tutte le nazioni o sui fiumi più lunghi della terra, ben più vasta di quella che avevano i ragazzini della sua età.

Ma il nostro piccolo giudice era dotato anche di una straordinaria fantasia, che gli permetteva di sfruttare quelle nozioni che aveva imparato ed inventare viaggi immaginari, emozioni fantastiche e divertenti che egli riusciva a trasmettere con facilità ai suoi amichetti, rendendoli impazienti di partecipare ogni giorno ad avventure immaginarie e fantastiche, sempre diverse tra loro.

In quel momento lui diventava il leader di quel gruppo di bambini che, appena entravano, andavano subito a prendere un paio di sedie, le giravano per terra con la spalliera disposta in alto, in modo che diventassero delle piattaforme un po’ allungate, dove loro si sedevano a cavalcioni ed erano pronti a partecipare ogni sera ad un nuovo, fantastico viaggio.

Luca arrivava orgoglioso e pieno di sé, sentendosi grande rispetto a quei suoi coetanei che lo acclamavano. Si appoggiava, facendo finta di sedersi, sulla spalliera della prima sedia, che rappresentava per qui bambini una lunga fila di tappeti volanti ed iniziava il solito gioco: «Se avessi una bacchetta magica, oggi vi porterei a … Parigi. Ecco stiamo sorvolando la Senna, è proprio sotto di noi, attenti alla Torre Eiffel, potremo sbatterci e farci male, se state tutti raccolti vi faccio passare sotto l’Arco di Trionfo e lì in fondo potete vedere l’orologio della stazione dei treni che vengono dall’Italia».

Era un gran vociare fra tutti quei bambini, che si zittivano a vicenda per ascoltare le fantasie che lui raccontava di getto, attirando sempre il loro interesse ed anche l’attenzione dei vecchi, che facevano solo finta di essere infastiditi dall’inevitabile baccano che ne scaturiva, ma in fondo ascoltavano anche loro, con interesse, quelle improvvisate fantasie di un bambino che, dicevano con un pizzico di ammirazione, diventerà sicuramente qualcuno.

In effetti, da bambino, il papà di Susanna era allegro e studioso. Durante l’adolescenza aveva tanti amici con i quali condivideva lunghe giornate di scuola e vacanze felici, che volavano via veloci e piene di allegria. Ma tutto ciò non gli impediva di essere sempre in regola con i suoi studi, coronati da brillanti successi. 

Dopo la laurea iniziò la sua carriera di magistrato. Gli furono affidate le prime inchieste, alcune delle quali molto importanti, che lui condusse con la massima discrezione ed il riserbo più rigoroso. Spesso, nel suo ambiente, si discuteva dell’opportunità o meno di dare in pasto alla stampa alcune notizie scottanti, soprattutto quelle che coinvolgevano personaggi della politica o dello spettacolo.

A lui era capitato anche qualcuno di questi casi, come ad esempio una inchiesta sul traffico di droga in cui era implicata l’attrice più in vista del momento, oppure qualche caso di stupro ad opera di giovani della jet society, poi finito su tutti i giornali. Ma lui era stato sempre integerrimo: non aveva fatto trapelare neanche un particolare prima che l’inchiesta o il processo fosse concluso. Su tale argomento, lui aveva preso una posizione ben decisa: «Quando una indagine o un processo viene dato in pasto alla gente», diceva con voce alta e convinta, «nessun giudice può più fare a meno di essere influenzato dall’opinione pubblica, a tutto danno della verità e della giustizia».

Già a quel tempo, nei corridoi dei tribunali, si parlava molto di questa abitudine e il mondo dei giudici era diviso. Alcuni dicevano: «La popolazione deve sapere tutto e subito, sui fatti ed i misfatti che accadono nel mondo. Ed i giornalisti sono fatti apposta per questo». Altri affermavano che tutto ciò poteva essere reso pubblico solo dopo che la giustizia aveva fatto il suo corso e smascherato i colpevoli, perché sarebbe stato facile per dei giornalisti interessati o prezzolati pubblicare false notizie o insinuazioni, per gettare fango su personaggi molto in vista che, pur se estranei ai fatti o coinvolti in modo solo marginale, potevano essere messi al centro dell’attenzione e giudicati dai mass media prima ancora di essere giudicati dalla giustizia.

Era quello il periodo in cui il caso del rapimento di Emanuela Orlandi campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali. In un primo momento sembrava solo un sequestro effettuato da una banda organizzata. Si cercò di rintracciare l’uomo con la BMW verde che l’aveva adescata con la scusa di farle fare una vendita di prodotti cosmetici, come lei stessa aveva riferito per telefono ai genitori e ad una amica, nelle ore subito precedenti la sua scomparsa.

Da un primo identikit circa il presunto rapitore, qualcuno degli investigatori fece il nome di Enrico De Pedis, uno dei capi della “banda della Magliana”, allora implicata nei maggiori reati della Capitale, con collegamenti nel mondo della finanza e della politica. Tuttavia quella notizia non fu tenuta segreta, come doveva esser fatto secondo il nostro giudice, ma fu subito pubblicata su tutti i giornali.

Il giorno dopo cominciarono le telefonate dei possibili rapitori, ognuno dei quali dette dei particolari che denotavano la piena attendibilità del fatto che la ragazza fosse nelle loro mani.

Pochi giorni dopo cominciò a farsi avanti addirittura l’organizzazione terroristica turca dei “Lupi grigi”, che rivendicò il sequestro e dichiarò di essere in possesso dell’ostaggio. Per la liberazione della ragazza chiesero lo scambio con il terrorista Mehmet Ali Ağca, allora in carcere perché ritenuto responsabile dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, del 13 maggio 1981.

Con questa svolta, il caso era ormai divenuto di dominio pubblico. La gente era disposta a cancellare degli appuntamenti importanti per restare attaccata al televisore ed ascoltare il telegiornale che dava le notizie sul “Caso Orlandi”. Si organizzavano delle fiaccolate nelle strade della Capitale per supplicare i rapitori di rilasciarla. Ma tutto ciò era veramente utile, oppure il caos che si era creato su quel caso era il modo migliore per invogliare i rapitori a tenerla sequestrata ed alzare il prezzo del riscatto?

Era questo che il papà di Susanna, allora giovane giudice del tribunale di Roma, sosteneva con forza, quando chiedeva che l’inchiesta fosse affidata a lui, che non avrebbe fatto trapelare più nulla.

In effetti il caso passò di mano più volte, ma rimase affidato sempre ad altri magistrati, i quali spesso si lamentavano che a loro fosse affidata quella inchiesta così scottante, divenuta ormai oggetto di pubblico interesse, per cui aveva assunto una importanza superiore a tutte le altre.

Tutti si mostravano costernati ed arrabbiati di doversi occupare di quel caso, considerato come una “patata bollente”, ma si guardavano bene dal rifiutarlo. Tutti dicevano di voler restare nell’ombra ed interessarsi solo dei ladri di polli, ma intanto accettavano di seguire il “caso Orlandi” e subito apparivano in televisione per dare in pasto al pubblico qualche particolare, magari ancora non verificato, ma che faceva scena, che coinvolgeva qualche personaggio della politica o della finanza, traendone subito dei vantaggi in pubblicità ed immagine e, chissà, forse anche in denaro.

Dopo qualche richiesta più o meno esplicita, il giudice Luca perse la testa ed esagerò con le affermazioni fatte in pubblico, in effetti sempre e solo nella sua ristretta cerchia di amici, ma pur sempre davanti a testimoni. Parlò molto male dei suoi colleghi, disse che loro, in apparenza, si scambiavano sempre dei saluti cordiali ed apparentemente distesi, ma dietro le spalle lottavano ai ferri corti per farsi affidare l’inchiesta, forse solo perché avrebbe dato loro una grande notorietà, ma lui insinuò che qualcuno ci avrebbe anche lucrato sopra.

Disse con cattiveria che alcuni giudici avevano passato le notizie più scottanti ai giornalisti dietro lauti compensi dati sottobanco. Portò avanti la sua diceria che a guidare la giustizia fosse “l’Ipocrisia”, quella con la “I” maiuscola, che dava a molti la possibilità di scagliare un sasso per agitare le acque, mettere il proprio nome in auge su tutti i giornali, per poi ritirare indietro la mano, dando alla persona che egli aveva accusato la possibilità di difendersi facilmente, perché la sua non era stata una accusa basata su fatti certi, ma solo una supposizione, di quelle che fanno vendere molte copie di giornali, ma che poi, con un po’ di calma e qualche soldo, possono essere messe a tacere e non creare gravi problemi.

«A volte basta il sequestro o la morte di  una persona qualsiasi, il cui caso si presti a destare la curiosità della gente», diceva indignato il nostro giudice, «e molti giornalisti riescono a camparci sopra per parecchi anni, fingendosi interessati, ma in effetti restando indifferenti al caso umano, anche quando si tratta di bambini e pensando solo al proprio tornaconto».

La rabbia del giovane magistrato si aggravò quando il sequestro della ragazza fu collegato allo scandalo dello IOR ed al caso Calvi, allora amministratore delegato del Banco Ambrosiano. Secondo alcuni giornali e trasmissioni televisive era stato direttamente monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello IOR, ad ordinare il sequestro, allo scopo di intimorire alcune alte sfere all’interno del Vaticano, non si sa bene per quale motivo. Anche questo accostamento sembrò alquanto artificioso ed il nostro giudice si affrettò a spettegolare che: «Tali notizie sono state divulgate con il solo scopo di gettare fango sulla Chiesa o su personaggi pubblici che, per difendersi dalle accuse mosse dalla stampa ed essere pubblicamente scagionati, potrebbero essere indotti a pagare laute ricompense».

Quelle parole, dette in pubblico, avevano riacceso le critiche contro di lui relegandolo sempre più in disparte e incattivendo il suo carattere. Tutte queste affermazioni, oltre che dal punto di vista sociale, avevano creato gravi ripercussioni anche sulla sua carriera. Venne accusato dai superiori di aver fatto delle critiche gratuite per le quali, se si  fossero verificati gli estremi di reato, non avrebbero esitato a denunciarlo. La sua vita divenne difficile. Tutti i suoi colleghi lo evitavano, rinunciando volentieri alla sua amicizia e lui smise di essere cordiale e allegro. Il suo carattere cambiò del tutto, rendendolo una persona burbera, cinica, insensibile e sospettosa.

Tuttavia, come magistrato, aveva una grande capacità e competenza nell’espletare il proprio lavoro e questo lo aveva salvato da procedimenti amministrativi contro di lui, ma non dalla inevitabile solitudine. La sua rettitudine era l’unico motivo che lo sosteneva ma, a volte, i colleghi più invidiosi lo schernivano proprio per quella. Lui si difendeva a denti stretti, faceva notare che, stando alle notizie riportate dalla stampa, in quella storia avrebbero potuto essere coinvolti lo Stato Vaticano, lo Stato Italiano, l'Istituto per le Opere di Religione (IOR), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e i servizi segreti di diversi Paesi. Fatti troppo diversi tra loro per poter essere coesistenti.

Secondo lui, le notizie che venivano riportate sui mass media, erano incomplete e alcune addirittura  false, date in pasto ai cronisti con il preciso scopo di creare uno scoop o addirittura di deviare le indagini. Ma era giusto tutto ciò? Era corretto che, con la scusante di dover informare la popolazione si potessero deviare le indagini? Tutto questo veniva fatto a fin di bene, per dare al pubblico tutte le notizie possibili, o era un modo per lucrare sulle disgrazie altrui? Le indagini ne avrebbero tratto un beneficio oppure era un modo per deviarle?

Il giudice diceva, sempre più indignato per come stavano andando le indagini: «Non dobbiamo permettere che siano date al pubblico troppe notizie non verificate, altrimenti uccideremo per sempre la Giustizia ed è inutile che poi cerchiamo di resuscitare un morto dopo averlo sepolto sotto una montagna di bugie.»

E dopo qualche anno ci fu il colpo di grazia, quando si venne a sapere che il bandito Enrico De Pedis, subito dopo la sua morte, era stato sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare, in territorio Vaticano, con il benestare, se non addirittura l’intercessione, di un illustre Cardinale, allora presidente della CEI. Quella notizia riaccese subito le polemiche contro la Chiesa, accusata di avere accolto tra le proprie mura il corpo di una persona, che in vita era stato un criminale, per il solo scopo di celare chissà quale mistero. Anche in quel caso si vendettero milioni di copie di giornali e molte rubriche tel