Tratto dal libro “La danza dello sciamano”, di Alfio Giuffrida, il brano “Il morso del ragno” ne costituisce il capitolo 6. La trama del romanzo si trova nella sezione "Libri"

Laura era rimasta a Gabes da sola. Un giorno, mentre assieme ad Alex stava ispezionando uno dei dissalatori che erano stati installati al campo base, scostando un sasso ai bordi della pista, vide un ragno dello stesso tipo di quello che aveva morso il tecnico italiano. 
«Vedi,» disse al collega, ancora irritata per ciò che era successo, «dove si trovano questi ragni? Stanno nel deserto e vivono sotto i sassi, non nelle case a Gabes. Secondo me quello lo hanno portato lì di proposito, inoltre questi ragni non sono affatto aggressivi, se non disturbati».

In quel momento avvicinò un dito per vedere se il ragno fuggiva oppure si avventava contro di lei. L’animale fuggì e si nascose sotto un altro sasso, ma Laura era testarda, nonostante Alex le avesse detto di lasciar perdere quel ragno, perché il suo morso era pericoloso, lei voleva dimostrare l’assoluta abitudine dell’animale a fuggire quando era infastidito.

Lei scosse il sasso e infastidì l’animale, il ragno fuggì di nuovo, ma lei lo seguì fino a sfiorarlo con la mano, sicura che lui pensasse solo a nascondersi. Alla fine lo costrinse in un angolo da cui non poteva più muoversi ed avvicinò a lui un dito fin quasi a toccarlo. Ma in quel momento il ragno, sentendosi seriamente minacciato, la morse e per lei fu il dramma.

Sentì un dolore strano, forte e acuto, che partiva dal dito ma si estendeva a tutta la mano. Si sentiva come paralizzata nei movimenti. Fu presa dal panico perché si rese conto che il veleno che le aveva iniettato in corpo era lo stesso che aveva ucciso il tecnico italiano. Alex era disperato, non sapeva che fare, con c’era nemmeno un medico che potesse dargli un aiuto.

Chiamò subito due tecnici italiani che erano li vicino e disse loro di prendere una jeep, in modo da poterla portare immediatamente a Gabes, dove c’era un pronto soccorso che, forse, poteva avere un antidoto per quel veleno. Ma i tecnici lo sconsigliarono di portarla a Gabes, perché avrebbe fatto la stessa fine dell’italiano. Dissero che a Gafsa c’era un ospedale più attrezzato, era meglio portarla li.

Alcuni operai tunisini, che nel frattempo erano accorsi, richiamati dalle parole agitate di Alex, dissero che a Nefta c’erano dei “Sufi” che sapevano curare i morsi dei ragni. Un altro operaio disse invece che, sempre a Nefta c’era uno sciamano siberiano che, per questo tipo di malattie era molto più esperto dei sufi.

Intanto il veleno prese a fare effetto e Laura cominciò a sudare abbondantemente ed avere nausea. Non aveva ancora febbre ma respirava male e non riusciva a parlare. Come era accaduto sull’aereo, quando c’era stata la riattaccata, Alex vedeva che quella donna, che per lui era quasi una sconosciuta, lo guardava fissa negli occhi e aveva urgente ed estremo bisogno del suo aiuto.

Per un attimo pensò a Livia, la paragonò a lei, cercò di immaginare quale sarebbe stata la sua reazione se quel morso fosse capitato alla sua fidanzata e adesso fosse lei in pericolo di vita. Per lui sarebbe stata una preoccupazione maggiore oppure si sarebbe comportato allo stesso modo? Come per quella collega? E per lui, Laura era solo una collega? Ma non c’era tempo di approfondire questo pensiero. Pensò invece al padre di Livia, che era un medico. Si in questa occasione, ciò che serve è un medico!

Scelse quindi di non dar credito alle medicine alternative, caricò Laura sulla jeep e si diresse, a tutta velocità, alla volta dell’ospedale di Gafsa, sperando che lì avessero un antidoto adatto al quel tipo di veleno. Appena arrivò al pronto soccorso, una infermiera che parlava abbastanza bene il francese, gli disse che doveva riempire un modulo e poi un medico si sarebbe occupato di lei. Ma quando Alex spiegò quale era il tipo di ragno che l’aveva morsa, lei fece capire che quando una persona aveva in corpo il veleno di quel tipo di ragno non c’era antidoto che funzionasse, c’erano solo poche speranze di salvarsi.

Intanto attorno lei si era formata una piccola folla di curiosi tunisini, alcuni dicevano ad Alex di portarla via da lì, perché tanto non le avrebbero fatto nulla. Gli consigliavano di portarla a Nefta, dove c’erano dei guaritori sufi che avevano gli antidoti adatti. Uno di loro parlò nuovamente dello sciamano siberiano, dicendo che era il più bravo di tutti, ma gli altri lo insultarono e consigliarono ad Alex di non fidarsi di quel russo che, non essendo musulmano, consideravano poco affidabile.

Ascoltando le parole dei tunisini che si erano accalcati attorno a lui e sentendo l’insistenza con cui gli veniva dato il consiglio di portarla via da lì, Alex cercò di concentrarsi sulle letture che aveva fatto da quando era venuto in Tunisia. Ricordò che Nefta era una città meta di pellegrinaggi, considerata la culla del sufismo, la corrente di ricerca mistica della cultura islamica, che vuole arrivare alla conoscenza diretta di Allah.

Effettivamente su uno dei libri che aveva letto, c’era scritto che a Nefta vivevano molti guaritori, che usavano medicine alternative per curare alcuni tipi di malattie. Ma perché qualcuno gli aveva parlato di un sciamano, dicendo per certo che era il più bravo di tutti? C’era un qualcosa di misterioso che lo attraeva verso quel guaritore. Nel frattempo che Alex riempiva il modulo, due infermiere avevano caricato Laura su una lettiga e le avevano messo una flebo, ma lei si dimenava per effetto del veleno e per la paura che aveva in corpo, quei suoi occhi sbarrati guardavano solo Alex come per invocare aiuto.

Vedendo la smorfia di dolore che contorceva il suo viso e la bava che le usciva dalla bocca, lui si rese conto che le medicine tradizionali sarebbero state inutili, doveva portarla a Nefta.

Sapeva che la città era molto lontana e non era sicuro che lì avrebbero potuto salvare la ragazza, ma doveva tentare il tutto per tutto. Non poteva lasciarla lì, non c’erano altre alternative.Fu una decisione presa in un attimo. Posò sul tavolo il modulo di accettazione, non ancora ultimato. Si avvicinò alla lettiga in modo brusco e con le mani allontanò l’infermiera che sorreggeva Laura.

Tra le proteste delle altre due infermiere che intervennero celermente, le tolse le flebo, la sollevò di peso e cercò di caricarla di nuovo sulla jeep, ma riuscì solo a metterla seduta sul sedile posteriore. In quel momento arrivarono due medici che lo bloccarono, torcendogli un braccio dietro la schiena. Iniziò una colluttazione tra l’italiano, i medici e le infermiere, alla quale subito intervennero anche alcuni tunisini del gruppo di curiosi che si era formato intorno a loro. La segretaria che era di guardia all’ospedale chiamò per telefono i gendarmi. Ma prima che questi potessero arrivare, un paio di quei tunisini che erano intervenuti liberarono Alex, bloccando i medici.

Lui ebbe così il tempo di stendere Laura sul sedile posteriore e, pieno di ansia, allontanarsi dall’ospedale a tutta velocità. Nefta era distante circa trecento chilometri. La strada non finiva mai e per tutto il tempo Alex era indeciso se portarla dai sufi o dallo sciamano. Che medicine avrebbero usato su di lei per guarirla dal veleno? Forse i sufi avrebbero solo pregato, invocando l’aiuto del Profeta ed aspettando che si compisse il miracolo? Già, forse solo un miracolo poteva salvare Laura!

Alex non si dava pace, sentiva che quella ragazza per lui era più che una collega o di una amica. Per lei sentiva qualcosa che gli saliva da dentro, anche se ancora non sapeva cosa fosse, ma doveva fare di tutto per salvarla. E uno sciamano, come avrebbe potuto intervenire per estrarre il veleno dal suo corpo? Di loro non sapeva assolutamente nulla. Eppure c’era qualcosa che gli girava e rigirava nella mente.

Perché alcuni tunisini avevano detto di non fidarsi di “quel russo”, senza specificare altro? Forse ne avevano paura? I suoi poteri erano così grandi da incutere paura in quelli che avevano solo provato ad avvicinarsi a lui, ma la religione glielo aveva impedito, mentre coloro che lo avevano effettivamente conosciuto ne avevano profonda ammirazione?

Alla fine decise per il siberiano, in quanto aveva notato che le persone parlavano dei sufisti in generale, senza indicarne uno in particolare, mentre quei pochi che avevano nominato lo sciamano, erano fermamente convinti delle sue qualità di guaritore. Quando arrivarono, Laura sembrava ormai in fin di vita, aveva la febbre alta, sudava ed emetteva una densa bava dalla bocca, delirava e gridava, ma senza dire nulla di concreto, i suoi muscoli erano rigidi, i pochi movimenti che riusciva a fare erano di tipo meccanico, come quelli di un robot.

Si informò dove viveva lo sciamano e tutti gli seppero dare le indicazioni esatte, lì lo conoscevano tutti. Quando arrivò all’indirizzo indicatogli, bussò concitatamente alla sua porta, con tanta forza che si provocò delle ferite alle mani.

Lo sciamano era un vecchio con la barba bianca, parlava correttamente il francese e si vedeva che era un uomo colto e saggio. Guardò Laura con attenzione e subito si mostrò preoccupato, «Non c’è un minuto da perdere», disse, «aiutami a portarla in casa, dovremo iniziare una seduta il più presto possibile.»

La sollevarono di peso e la potarono in casa. La stanza era tappezzata di tuniche unte e di amuleti. La sdraiarono su un piccolo divano di vimini vecchio e traballante. Il vecchio le slacciò un paio di bottoni della camicetta, le aprì la bocca a forza e la bloccò con un pezzetto di legno. Fece cenno ad Alex di sedersi su una poltroncina che era li a fianco. Da buon militare, lui obbedì immediatamente, ma si appoggiò appena alla sedia, pronto a scattare qualora ci fosse stato il minimo bisogno.

Seguiva con trepidazione le mosse del russo, avrebbe voluto implorarlo di salvarla, ma vedeva che egli era risoluto nei movimenti, evidentemente sapeva bene ciò che doveva fare. Prese una boccettina piccola che conteneva un siero, ne versò poche gocce sulla lingua di Laura, poi invocò a gran voce gli spiriti affinché facessero assorbire la medicina alla indemoniata.

Si mise addosso un pesante costume, fatto di pelli di renna, con piume di uccello nelle cuciture, ornato di monili e campanellini, indossò poi un cappello, delle particolari calzature e prese in mano un bastone. Cominciò, un ballo tribale invocando sempre gli spiriti affinché uscissero dal corpo della ragazza. Lei si dimenava e sudava ancora più forte, ma lo sciamano vide che le sue invocazioni non erano efficaci, evidentemente il male che aveva dentro era più forte di quanto lui avesse pensato.

 Alex era frastornato ed anche un po’ deluso. Tutta qui la cura dello sciamano? A parte le poche gocce di medicinale che le aveva versato sulla lingua, il suo intervento consisteva semplicemente in una specie di danza? Il vecchio si fermò un attimo e chiese ad Alex il punto esatto dove era stata morsa. Quindi prese un unguento e lo strofinò su quel dito e sul collo della ragazza, poi ricominciò la sua danza ad un ritmo indemoniato, ma non accadde ancora nulla.

Dalla sua pelle le gocce di sudore cadevano copiose sul pavimento formando delle piccole pozze. Lo sciamano si aspettava che uscisse qualcosa dalla bocca della ragazza ed invece ciò non accadeva. La guardò in viso con attenzione, percepiva in lei qualcosa sia di strano che di familiare, ma non capiva cosa fosse. Sentiva che la stava perdendo, capiva che quella ragazza aveva qualcosa di sciamanico anche lei, qualcosa che era più forte di lui.

«Forse questa ragazza, in effetti è un “Energizzatore”», pensò il vecchio tra se e se, cercando di ricordare i discorsi dei saggi, che parlavano di diversi modi del manifestarsi dello sciamanesimo.

«Forse in lei si nasconde quello spirito ribelle, che è sempre negato e ignorato nelle nostre anime? Potrebbe essere lei la Passione, normalmente repressa e sperimentata dai più solo come sesso, piuttosto che come Passione o gioia di vivere?» Ma non c’era tempo di ragionare sulle varie tesi su cui si basava la sua occulta disciplina. Attorno a lui non c’erano i suoi Avi, che avrebbero potuto dargli le spiegazioni che cercava. C’era solo da agire, con i mezzi e le forze che in quel momento aveva a disposizione.

Il vecchio era ormai stremato, sia per il ritmo della danza che per la rabbia, non riuscendo a vincere il male che quella ragazza aveva dentro. Si sedette per qualche minuto e chiese ad Alex se la ragazza avesse qualche antenato che poteva essere stato uno sciamano, era importante saperlo perché vedeva che il suo corpo era molto resistente alle “medicine” e alle “cure” che lui aveva praticato. Alex rispose che non sapeva quasi nulla di quella ragazza, la conosceva appena.

Il volto del vecchio era teso, si vedeva che anche lui era pervaso dagli spiriti maligni, ma non si arrese. Il corpo di Laura diventava sempre più rigido, bisognava agire in fretta! Fece un grosso sospiro per farsi coraggio, poi si fece aiutare a distendere la ragazza sul pavimento e la svestì completamente.

Agli occhi di Alex apparve un corpo stupendo, che lui ammirò tremando perché in quel momento era solo atterrito per tutto ciò che stava accadendo. Si sentiva attratto dalla sua pelle, bianca come la neve. Pregava come non aveva mai fatto in vita sua, affinché il Signore salvasse quella ragazza. Anche lo sciamano rimase scosso guardando quel corpo esamine, non era un richiamo sessuale quello che lui sentiva, era solo qualcosa che gli saliva dentro, un senso di affetto e di protezione che gli dette la forza e la determinazione per riuscire a salvarla ad ogni costo.

Quindi il vecchio cosparse tutto il corpo di Laura con l’unguento che le aveva applicato sul dito, massaggiando bene ogni parte, anche le più intime. Prese di nuovo la boccettina con il siero da farle ingerire e fece un po’ di conti con le dita per calcolare la massima dose che poteva somministrarle. Versò una ventina di gocce sulla lingua, poi si rimise gli addobbi e riprese con forza la sua danza. Dopo altri dieci minuti di sfrenate contorsioni non accadeva ancora nulla, il vecchio era disperato.

Come ultimo tentativo volle provare un rito ancora più incisivo, quello che si pratica nella iniziazione dei discendenti degli sciamani, per fornire loro i poteri affinché possano poi praticare loro stessi quella disciplina. Si tolse il mantello e lo mise addosso alla ragazza, poi si scosse tutto, era vecchio ma i suoi muscoli vibravano ancora con forza, strinse forte la testa della ragazza e gridò alcune frasi in una lingua incomprensibile. 

Gridò anche dei nomi nella stessa lingua, forse quelli dei suoi antenati, inchinandosi verso delle figure invisibili ogni volta che ne proferiva uno, guardò di nuovo il volto della ragazza, in quei lineamenti notò nuovamente qualcosa di familiare e gridò un altro nome di origine un po’ diversa, forse polacca.

Poi tolse il mantello ed afferrò la donna per la gola e mentre la stringeva, la guardava in volto come se quella fisionomia gli ricordasse qualcuno ma non sapeva chi, urlava ancora quei nomi con rabbia e con forza, invocando gli spiriti dei defunti affinché entrassero nella ragazza e la pervadessero con i loro poteri. Infine si alzò in piedi, il suo volto era stralunato, come se uno spirito maligno si fosse impossessato del suo corpo e della sua mente. Dalla sua bocca cominciò ad uscire una bava densa. Era indemoniato, ma si reggeva ancora in piedi, il suo sguardo era rivolto al cielo. Era evidentemente in trance, mentre ballava ancora, una danza scomposta e forsennata.

Alex lo osservava terrorizzato. Non si era mai trovato in una situazione di quel genere. Se gliela avessero raccontata, non avrebbe creduto una parola di ciò che anche l’amico più fidato gli avesse raccontato. Invece era proprio lui a vivere quell’esperienza in prima persona, ad assistere ad un evento tanto straordinario quanto incredibile!

Ad un tratto il vecchio si bloccò mentre era in bilico su una gamba sola, nella foga della sua danza. Sbarrò gli occhi verso il cielo e cadde pesantemente sul corpo nudo della ragazza. Alex corse su di loro e cercò di spostare il corpo del vecchio che, con il suo torace, schiacciava quello di Laura. Fu allora che vide un rivolo di bava scura uscire anche dalla bocca della giovane.

Rimase fermo ad aspettare, per vedere cosa accadeva. A poco a poco la bava che usciva dalla bocca di Laura diventò molto densa, cominciò a riempirsi di puntini bianchi come se contenesse dei piccoli insetti, sembravano larve di mosche. Quella bava diventò sempre più abbondante, si riversava sul suo viso e sul pavimento, mentre il corpo del vecchio si ammorbidiva, quel tanto che bastava affinchè lui potesse spostarlo lateralmente e toglierlo da sopra la ragazza.

Lo sciamano cominciò a riaversi e scosse la testa, fu come se si fosse risvegliato da un sonno di morte. Si alzò sulle ginocchia e si mise carponi a guardare quella meravigliosa creatura, mentre sottovoce continuava ad invocare gli spiriti. Poi vide che anche il corpo di lei si ammorbidiva e, come per incanto, cominciava a riprendere un colorito umano. Finalmente Laura aprì gli occhi e si guardò intorno. Era come stordita, arrivata in quel posto da un altro mondo. Si sollevò sul busto e guardò prima il giovane che l’aveva portata li, in quel posto sconosciuto, poi fisso il vecchio. Scrutò il suo volto come se lo avesse conosciuto da molto tempo, ma non sapeva dove e quando potesse averlo incontrato prima.

Ma quella scena durò poco, entrambi erano esausti rispettivamente dalla malattia e dalla frenetica danza. Dopo un paio di minuti entrambi si accasciarono esamini, Alex guardava quella scena muto di terrore, non aveva mai visto una cosa simile in tutta la sua vita, né avrebbe mai saputo immaginarla. Stettero in quella posizione alcuni minuti, che sembrarono interminabili, Laura ed il vecchio erano immobili e respiravano debolmente, poi il siberiano riaprì gli occhi, guardò la ragazza, accarezzò quel volto, come se a lui fosse del tutto familiare. Quindi si mostrò soddisfatto e cominciò a rivestirla.

Alex chiese con ansia come stava, ma il vecchio  fece solo un cenno del capo, indicando che tutto era andato bene. Dopo un pò il russo toccò la ragazza come per svegliarla e lei aprì gli occhi. Guardò prima lo sciamano e poi Alex, la sua pelle era pallida come la morte, ma lei era calma. Non si agitava più come aveva fatto fino a qualche ora prima e non mostrava segni di dolore.

Stette immobile ancora qualche minuto, poi il vecchio le disse di alzarsi, lei fece un grosso respiro ed intanto la sua pelle cominciava a prendere colore, era debole ma riuscì ad alzarsi, guardò Alex e gli sorrise, ormai stava bene, era guarita.

            Laura guardò lo sciamano e lo ringraziò. Tuttavia si sentiva impacciata e incuriosita al suo cospetto. Cercava di osservarlo nel profondo degli occhi, per capire che cosa le stesse trasmettendo quel volto rugoso, segnato dalle intemperie del tempo, che nascondeva una vita sicuramente difficoltosa e, al tempo stesso, avventurosa, piena di chissà quali profondi misteri.

Verso di lui provava una strana attrazione, ma non sapeva cosa fosse. Non era un desiderio perverso, morboso o sessuale, ma qualcosa che le saliva dall’anima e si fermava in gola: per quanto si sforzasse di dire qualcosa, non c’era nessuna parola che potesse esprimere ciò che provava dentro. Anche il vecchio la fissava con attenzione, quella ragazza lo turbava molto, in lei sentiva qualcosa di intimo, di personale, ma non sapeva cosa. Del resto anche lui aveva paura di esporsi. Sapeva che in quella regione egli era stimato da alcuni, ma al tempo stesso era malvisto da molti altri.

Inoltre viveva sotto falso nome da quando si era rifugiato a Nefta, proveniente dalla Cina e questo fatto lo faceva stare sempre guardingo nei confronti di tutti. Eppure, verso quella ragazza, egli provava una sensazione di affetto e di paura. Nonostante tutto ciò fu Laura a parlare per prima, gli chiese semplicemente come si chiamava e da dove venisse.

Il vecchio esitò, «Il mio nome non ha importanza», disse infine con voce fioca, «sono uno sciamano siberiano e posseggo alcuni poteri che altri non hanno, per cui riesco ad entrare nello spirito delle persone ed espellere i corpi estranei e dannosi che hanno dentro, guarendoli dai loro mali.»

«Io ti devo la vita.» disse Laura, «Come posso ringraziarti?» Il vecchio in genere si faceva pagare con pochi spiccioli, ma da quella ragazza non volle nulla, continuava a fissarla in volto e quei lineamenti gli trasmettevano un messaggio che lui non riusciva a decifrare. Rispose che a lui non servivano né soldi né regali, gli bastava la sua gratitudine. Laura disse che gli era particolarmente grata per il suo intervento, tuttavia avendo capito che proveniva dalla Siberia e quindi era un russo, disse che aveva un grosso legame con quella nazione.

«Mia madre era polacca,» disse con un senso di liberazione e di gratitudine, «era figlia di un professore universitario che viveva a Varsavia. Nacque alla fine di quel settembre 1939, quando i Tedeschi avevano appena invaso la Polonia.

Quel giorno due militari delle “SS” fecero irruzione in casa sua e portarono via mio nonno! La nonna si salvò solamente perché era in una stanza al piano superiore della grande casa e stava partorendo.

Per alcuni mesi di lui non seppe più nulla, fino a quando non arrivò una lettera, in gran parte censurata, nella quale erano stati cancellate molte frasi, oltre alla data di inoltro ed alla città di provenienza. Ma per lei fu ugualmente di grande conforto, perché nelle poche parole rimaste, potette  riconoscere la calligrafia di mio nonno. Diceva solamente che era prigioniero di guerra dei tedeschi e che stava per essere trasferito in un’altra prigione.

Qualche mese dopo mia nonna fu informata che suo marito faceva parte id un gruppo di 728 prigionieri politici polacchi, provenienti da Tarnów, una città nel sud della Polonia,  che era stato trasferito …. ad Auschwitz, vicino Cracovia.»  

Quando pronunciò il nome di quella città ebbe un fremito di rabbia. Tutti hanno un brivido quando pronunciano quel nome, ma per lei era diverso. Era un rancore inconscio, una domanda che non aveva mai ricevuto risposta.

Eppure lei volle chiamare quella città con il suo nome tedesco, non come Oświęcim, il suo nome polacco. Lo fece di proposito, per sottolineare la rabbia che quella prigione incuteva a chi aveva avuto la sfortuna di esservi stato ospite, anche per una sola notte!

Anche lei, come tutti, si chiedeva perché tanta cattiveria? Tanto accanimento con chi è inerme? Con chi è costretto a sottomettersi solo perché ha un’arma puntata contro! «Da allora le notizie furono sempre più saltuarie e frammentarie.

Qualche mese dopo ricevette una cartolina postale in cui mio nonno diceva che lavorava e stava bene. Ma alcune frasi erano censurate, chissà cosa voleva dire? A Varsavia correva voce che in quella prigione accadeva qualcosa di terribile.

Nelle poche lettere che costituirono la loro corrispondenza, si poteva parlare solo della salute e del lavoro. Il resto veniva censurato. In una diceva che in quella prigione era arrivato un gruppo di russi e tutti lavoravano assieme, come manovali, al riadattamento delle caserme, danneggiate dai bombardamenti e alla costruzione delle recinzioni perimetrali.

L’unico oggetto che gli era rimasto come ricordo della sua terra, perché lo aveva in tasca quando era stato deportato e, fino ad allora, nessuno gliela aveva tolta, era la sua armonica a bocca.

Quello era il suo unico svago e con quella si radunavano la sera, per sentire qualche malinconica nenia che ricordasse loro le persone care e la terra natia. Per i prigionieri del suo gruppo, o kommando, come lo chiamavano in quel luogo di pena e di torture, mio nonno era “Armonica”, ormai tutti lo chiamavano così. 

Poi, per oltre un anno, mia nonna non ebbe più alcuna notizia di lui, fino a quando non fu informata ufficialmente che suo marito era evaso da Auschwitz, ma era stato nuovamente catturato e giustiziato dai tedeschi nella prigione di Smolensk, una città sulla via per Mosca, quasi al confine con la Bielorussia. Notizie dure e fredde, date con sadica soddisfazione da un militare tedesco che la odiava per il solo fatto di appartenere ad un’altra razza.

Così mia madre crebbe di stenti in una piccola e povera casa. Sola con mia nonna, ai margini del resto dell’umanità, da cui doveva nascondersi. In un periodo in cui per tutti coloro che non erano tedeschi c’era poco da mangiare, mentre per lei, figlia di un deportato e con l’aggravante  che era stato giustiziato perché evaso, non c’era proprio nulla, solo sdegno e persecuzione.

Per circa due anni, mentre le sorti della guerra erano ancora incerte, nessuno si occupò più di loro. Solamente quando la guerra era ormai alla fine, ed i tedeschi erano in continua ritirata, incalzati dai russi, lasciando ormai liberi tutti i territori che prima appartenevano alla polonia, in quella piccola fattoria, sperduta nella campagna polacca e sconosciuta al resto del mondo, dove nessuno, se non i pochissimi parenti rimasti, sapeva che abitasse mia madre, ancora bambina, assieme alla sua mamma, arrivò una strana lettera anonima, che mia nonna non mostrò mai a nessuno.

Tuttavia quella lettera riaccese in lei la speranza che suo marito fosse ancora vivo, anche se nascondeva non pochi misteri. » Mentre diceva quelle parole, gli occhi di Laura erano fissi su quelli del russo, per captarne le reazioni. Ed infatti lo vedeva sempre più turbato, forse, durante gli anni della guerra, aveva conosciuto suo nonno.

Tuttavia, vedendo che il vecchio era imperscrutabile e non proferiva parola, ella volle tentare il tutto per tutto. «Mio nonno», disse fissando il russo negli occhi, «si chiamava Izaac Dabrowski! Forse tu lo hai conosciuto o ne hai sentito parlare, al tempo della guerra?»  

Quando il vecchio sentì quel nome si irrigidì e sbarrò gli occhi verso il cielo. Laura capì che aveva detto qualcosa che gli aveva destato dei ricordi terribili, insistette per farsi dire cosa sapeva di suo nonno, ma lo sciamano restò muto, a gesti fece capire che voleva restare solo. Laura e Alex si stupirono di quel modo scortese con cui li stava trattando adesso, dopo che era stato cortese e gentile fino a pochi minuti prima, ma il vecchio li spingeva fuori, così loro dovettero andare via, soddisfatti per il suo intervento contro il morso del ragno, ma stupefatti per il suo comportamento dopo che Laura gli aveva detto il nome di suo nonno.

Quali segreti custodiva lo sciamano? Dove era stato, lui, durante la guerra? Aveva combattuto con gli oppressori o con gli oppressi? Forse aveva veramente conosciuto suo nonno?