Alfio GIUFFRIDA: Il Cammino della Speranza

Premessa 
Il Cammino di Santiago è un percorso che i pellegrini intraprendono, a piedi e da varie località, per giungere al Santuario di Santiago di Compostela, nella parte settentrionale della Spagna. 
Fin dal Medioevo il “cammino” è considerato un sacrificio per chiedere una intercessione divina, o un ex voto per una grazia ricevuta. 
In questo racconto la grazia richiesta è la fine del fenomeno del Niño del 1997, che ha causato una forte carestia in Ecuador e in Perù. Ma forse ad esso sono collegate le violente alluvioni che quell’anno si sono abbattute in Europa. La storia parte da un fatto di cronaca: il 17 dicembre 1996, un gruppo di Tupamaros ha attuato un maxi sequestro di circa 500 persone, che partecipavano ad un pranzo nell’Ambasciata del Giappone a Lima, in Perù, conclusosi il 23 aprile 1997 con un blitz delle forze dell’ordine. 

Gli eventi, assolutamente veri, di quel periodo, sono narrati attraverso una fantasiosa vicenda, in cui due coppie di giovani sono coinvolte nelle disavventure legate ai fenomeni meteorologici di quell’anno ma anche in un intrigo internazionale. 
Il personaggio principale, infatti, è un meteorologo, che s’immerge nello studio del fenomeno del Niño e ci porta nel dorato mondo dei convegni internazionali.

Ma “Il Cammino della Speranza” è soprattutto una storia d’amore e di avventura, che si inserisce nel filone letterario del “Verismo Interattivo”, il genere inventato da Alfio Giuffrida, che inserisce nei suoi romanzi argomenti di attualità che poi il lettore può approfondire su vari forum, tra cui quello dello stesso Autore, nel sito http://www.alfiogiuffrida.com/
In questo romanzo le discussioni che l’Autore introduce sono molte: 
Etienne ha i soldi, che danno il potere, eppure non riesce ad avere una vita felice. Tuttavia la morte del figlio lo trasforma in un “pentito”, un uomo solo che si dedica alla beneficenza. 
Dolores sogna la movimentata vita di città, è disposta a tutto per vivere da protagonista, ma deve arrendersi al destino, rinunciare alle sue aspirazioni per rinchiudersi fuori dal mondo, dove pace e Ipocrisia sono separati da un filo molto sottile. 
Due ragazze, amiche sincere, sognano spesso di avere “vite parallele”, ma fino a che punto può spingersi l’amicizia, senza essere sopraffatta dai sentimenti personali. 
Alla fine la Speranza si rivela potente, svelandosi attraverso un fenomeno soprannaturale.

 

Cap 1. Dolores. La prima notte a Santiago.  

A Santiago era l’alba di un nuovo giorno, ma per Dolores era il tramonto di una vita. Eppure quel destino se lo era scelto da sola! Rivedeva la festa del giorno prima, quell’interminabile schieramento di monache che scorrevano davanti a lei, sola nei suoi pensieri.

Notava la differenza tra quando era passata la prima volta nell’ampio salone, per avviarsi allo studio della Superiora: allora si era sentita attratta da quella lunga fila di suore, allineate per fare ala al suo passaggio, ciascuna con il proprio libretto dei canti in mano, eteree e solenni, felici nelle tonache bianche, mentre intonavano inni di gioia, perfette nello svolgimento delle loro funzioni.

Quando era uscita invece, erano in ordine sparso, assorte nei loro problemi. E tutte le ruotavano attorno e la guardavano negli occhi, mute. Eppure quegli sguardi erano pieni di parole, esprimevano occasioni perdute, desideri mai realizzati, rimpianti di una vita non vissuta. Dolores guardava quei volti inespressivi, eppure, vedeva dentro di loro tanta serenità.

Dunque, quella poteva essere la vita anche per lei. Abbandonare i propri problemi e offrirsi al prossimo. Ed era proprio ciò che lei voleva fare: estraniarsi dai tanti episodi tristi che avevano caratterizzato quel dannato anno, ormai al tramonto, e ritrovare, nella serenità di quelle mute pareti, le immagini di Alex e del suo bambino mai nato. E poi quelle di Estella e di Julien, vittime involontarie del suo dramma. Finalmente ignorare la differenza tra la vita di provincia e quella di città, le gioiose attrattive che aveva sognato e la cruda realtà che la falce bendata del destino le aveva riservato.  

 La Superiora le aveva posto mille domande, per capire se la sua decisione fosse spontanea ed irreversibile. E lei aveva risposto a tutte con la fermezza di un generale. Aveva chiesto una sola eccezione, poter tornare due giorni in Ecuador, per assistere al matrimonio dell’amica che, proprio in quei giorni, stava iniziando il Cammino.

Aveva il viso dolce come una mamma, ma le sue parole erano dure come la Fede. Quella che Dolores aveva deciso di accogliere. «Questo», le aveva detto con orgoglio durante il suo colloquio, «è uno dei pochi posti al mondo in cui la contestazione non è mai entrata. E spero che possa restarne fuori, almeno finché sarò io a dirigerlo. Chiunque abbia scelto liberamente di vivere fra queste mura, deve sapere che la prima regola è l’obbedienza! E deve essere cieca ed assoluta.»

Queste parole, dette con un tono di voce sempre crescente e risoluto, destarono nella giovane un brivido di freddo. Era rimasta impietrita, con lo sguardo fisso sul volto dell’anziana donna, impaurita dal peso incombente di quel macigno appena pronunciato.

La Monaca capì il suo sgomento, addolcì il viso e continuò. «Obbedienza non vuol dire rinunciare a discutere o ad avere proprie idee. Significa che prima di professarle, devono essere approvate. Da quel fatidico sessantotto la contestazione è diventata l’esigenza prioritaria dei giovani. Si è detto che le vecchie regole su cui era impostata la società erano sbagliate, che occorreva cambiarle. Ma con che cosa? Quelle regole, quella gerarchia, quei limiti, erano frutto di una esperienza millenaria. Cambiarle in pochi anni è stato qualcosa di altamente traumatico. Dare troppa ragione a chi contesta la società, la legge, i diritti altrui e trascurare chi ottempera ai propri doveri,  ha portato scompiglio nei giovani, togliendo loro qualsiasi punto di riferimento certo, sul quale poter basare il proprio rapporto con gli altri, generando in loro solo sconforto ed infelicità. La vita e la società hanno bisogno di regole da rispettare, occorre anzitutto conoscere i propri doveri a cui obbedire! E poi i diritti da recriminare! Non possiamo invertire questi due concetti.».

La mente di Dolores andò subito ai discorsi che le faceva Roberto, a Lima, ma non disse nulla. Capì che non sempre è necessario parlare, spesso è più importante ascoltare! E così fece. Da quel silenzio, la Madre si rese conto che il suo discorso era stato recepito e continuò:

«Purtroppo anche la Chiesa non è rimasta immune a questa insana bramosia di contestazione. Pur se è duro ammetterlo, anche all’interno della nostra comunità lo spirito rivoluzionario ha fatto breccia. Da quella ventata di ribellione, anche l’ambiente religioso si è macchiato delle colpe generate dai sensi, che non sono stati tenuti sotto controllo, o dalla bramosia di fama e di denaro, o dalla voglia di fare qualcosa senza l’approvazione dei Capi. E non c’è stato Santo che tenga. Neanche il Papa è riuscito a dare una voce unica alla Chiesa.» disse con voce sempre più solenne e frenetica.  

«Ogni Prete ha predicato la sua opinione, forse a fin di bene, ma con un risultato dubbio, che non ha portato un beneficio effettivo alle persone interessate. C’era proprio bisogno di cambiare ogni cosa obbligatoriamente? Di intraprendere ad ogni costo così tante azioni non coordinate che, pur se fatte tutte a fin di bene, sono state sfruttate da abili opportunisti e fatte ritorcere contro la collettività alle quali erano dirette? E adesso come facciamo a parlare di morale, se siamo stati noi a dare per primi il cattivo esempio?»

Si accorse tuttavia che, nella foga della sua collera, si era scomposta il velo, sbracciata le maniche come una lavandaia, le vene del suo collo si erano inturgidite e si era fatta rossa in volto, come se avesse bevuto vino.  Si rese conto che con quelle sue parole si era spinta troppo. Che un discorso così profondo non poteva essere fatto ad una aspirante novizia.

Scrutò la giovane fissandola negli occhi, per indagare quale fosse il suo pensiero. Dolores era turbata, impaurita, aveva recepito bene il concetto di quelle frasi e con piccoli cenni del capo faceva capire che le condivideva. Ma la Superiora era un’abile psicologa, e in quel rispettoso silenzio, in quelle titubanze della sua espressione, lesse qualcosa che, effettivamente, la giovane pensava, ma non si sognava minimamente di proferire. Il suo sguardo sereno nascondeva una riflessione ben taciuta, un pensiero ad altri tempi, raccontati a mezze parole in qualche libro di un paio di secoli fa. Nei suoi occhi si leggevano conventi di monaci e di suore, rigorosamente distinti e separati, ma collegati segretamente da stretti cunicoli sotterranei, nei quali si nascondevano urne preziose, piene di ossicini del frutto del peccato.

La Madre deglutì, ma non disse nulla, a volte i silenzi sono più espliciti di mille parole. Accarezzò la giovane sulla spalla, si spinse appena in avanti, come se volesse baciarla in fronte, ma si fermò. Chissà quali pensieri passavano, in quel momento, nella sua mente? Forse ricordi di gioventù, che a volte affioravano come fiamme ardenti, su cui occorreva gettare nuovi mucchi di sabbia per seppellirli ancora più profondamente.

Senza dire nulla, si accorse che le sue deduzioni sugli anni d’oro della Fede, dovevano essere spostati a periodi ancora più remoti, forse ai tempi dei Martiri e delle persecuzioni. Fissò di nuovo la giovane ammorbidendo il suo sguardo che si era fatto cupo e, con un cenno del capo, le indicò che era il momento di accommiatarsi. Entrambi avevano estremo bisogno di pace e di serenità.

Le aveva dato una settimana di tempo per riflettere, poi avrebbero avuto un nuovo colloquio. E dopo, forse, tanti altri ancora. Prima di prendere i voti doveva ponderare tutti i pro e i contro, essere sicura della sua scelta. Dentro quelle mura, il tempo aveva un altro ritmo, scorreva lento, ma implacabile. Si era in un altro mondo, ma non fuori da esso, anzi quel luogo aveva le caratteristiche giuste per essere il centro della saggezza dell’universo.

Dolores uscì dalla scarna aula in silenzio e ripiombò in quell’ambiente in cui nulla era lasciato al caso, tutto era predisposto. La monaca che faceva da portinaia le indicò, in silenzio, una giovane suora da seguire e lei si avviò. La novizia che le fece da guida, non la guardò  mai in volto, forse non le era permesso. Uno sguardo indiscreto poteva essere troppo compromettente in quella congregazione fatta di pace e di riflessione. Camminava lenta davanti a lei, aprendo le porte, facendola passare e poi richiudendole, quando occorreva. Finché arrivò all’ultima porta.

Quì la novizia aprì, ma non entrò, aspettò a occhi bassi il passaggio di Dolores e poi andò via senza neanche girarsi. Lei chiuse la porta della sua piccola cella, si sedette sul bordo del letto e restò sola. Non aveva voglia di svestirsi e di mettersi sotto le coperte, la sua mente era un turbine di ricordi.

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La prima cosa che le venne in mente, fu il suo primo bacio dato ad Alex. Non quello quando morì Julien, allora era solo un bacio di addio che si stavano scambiando, bensì quello “rubato” che lei aveva dato a lui, quasi alla sprovvista, proprio il giorno prima. E quella notte, era accaduto qualcosa di importante, che avrebbe cambiato la sua vita per sempre!

Pensava alla sua infanzia: una bambina normale, come tutte le ragazze nate e vissute in una piccola provincia dell’Ecuador. Le condizioni economiche della sua famiglia non erano delle più floride. Felipe, suo padre, era un uomo semplice ma senza ambizioni o iniziative. Lavorava a Guayaquil, sulla costa, come guardiano notturno in una industria di trasformazione del pesce. Era molto pigro e si interessava veramente poco della sua famiglia, non voleva nessuna responsabilità. Loro invece vivevano a Cotacachi, a un’ora di strada da Quito, dove lui veniva una volta ogni quindici giorni, ma era taciturno, si rifiutava di prender parte a qualsiasi problema della moglie o dei figli.

Tuttavia a casa c’era una buona armonia. Consuelo, la madre di Dolores, riusciva a mandare avanti da sola la loro famigliola, dove c’era anche Pablo, il fratello più piccolo, che ancora andava a scuola e infine il nonno, un vecchio lupo di mare che ormai stava sempre a casa, ma si arrangiava a fare di tutto, dal cucinare al fare piccoli lavori di artigianato, ad aggiustare un mobile rotto o un rubinetto che perdeva. Lui si sentiva un duro, uno di quelli che hanno superato le disavventure più terribili, con il disprezzo della paura, ma in fondo aveva un cuore tenero. Con lui Dolores poteva confidarsi nei suoi segreti più intimi, aveva una soluzione per ogni problema, anche per quelli di cuore di una ragazza di vent’anni.

Cotacachi era un paesino di poche migliaia di abitanti, situato tra le montagne dell’Ecuador, a poco meno di  3.000 metri di altezza. Lì vivevano in prevalenza i discendenti degli Spagnoli, orgogliosi e laboriosi, dediti all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. La mattina, si alzavano tardi, ma subito si mettevano a lavorare e, fino a mezzogiorno, non smettevano un solo minuto. Ma se provavate a togliere loro la siesta dopo il pranzo, li avreste solo fatto infuriare. Loro si erano insediati in quella piccola valle, tra le alte cordigliere delle Ande, già al tempo di Cortés e questo li faceva sentire colonizzatori, padroni della terra e delle persone indigene. Il clima era molto diverso da quello europeo. Le variazioni di temperatura, che nei climi temperati avvengono durante le quattro stagioni, lì avvenivano nell’arco di una giornata, passando mediamente da 25 gradi di giorno a circa 5 gradi di notte, ma a volte le differenze erano molto più elevate.

Da piccola, Dolores era stata tutta casa e chiesa,  aveva frequentato un po’ la  scuola, quanto basta per imparare a leggere e scrivere, poi aveva iniziato a lavorare come commessa in un negozio di generi alimentari. Trascorreva il suo tempo nella vasta famiglia che aveva intorno, soprattutto i cugini e le cugine, poi tanti amici con cui uscire a divertirsi e fare le feste, ma di quelle con i parenti, in cui si torna a casa subito dopo cena, senza il bisogno di far arrabbiare la mamma. In ogni caso c’era il nonno dove rifugiarsi in tutti i momenti “no” della sua vita.

Sempre allegra, due occhioni neri e vivaci in un visino molto aggraziato, quando portava la gonna le piaceva un pò corta e civettuola, ma in effetti non la usava quasi mai. In genere portava i pantaloni,  sempre gli stessi jeans un po’ sgualciti. Da un po’ di tempo si sentiva ribelle, la vita di paese le stava sempre più stretta, voleva trasferirsi a Quito, dove le ragazze erano diverse, più emancipate rispetto al suo modo di vivere. Oppure a Guayaquil, non tanto per vedere il padre, ma per frequentare gente nuova, con cui parlare dei problemi di una ragazza che si sente già grande e non sempre delle solite torte o degli scherzi ingenui con i cugini. Non sopportava più la monotona vita di campagna, voleva una vita attiva e movimentata, nella quale essere protagonista di se stessa.

Estella era l’amica del cuore di Dolores. Diversa nel carattere, ma molto matura. Sembrava Melania  di “Via  col Vento”. Elegante e raffinata, sempre precisa e pignola  in  ogni  sua azione, entrambi erano amiche sincere, compagne di scuola sin dalle elementari. Estella era quella che sapeva cucinare meglio di tutte, già da ragazza faceva delle torte che erano uno schianto. Quando c’era una festa, tutte le ragazze stavano con lei, pronte a darle una mano a fare i dolcetti, magari per poi prendersi un po’ di merito. Anche i ragazzi le stavano attorno e non solo per le torte.

Finite le scuole medie, lei si era iscritta al liceo e per questo era dovuta andare a vivere a Quito, da una zia. In un attimo aveva realizzato tutti i sogni di cui discutevano quando erano sole, mentre per Dolores quella vita era rimasta solo una aspirazione, un desiderio ardente che voleva raggiungere ad ogni costo, che la struggeva, ma tra di loro non avevano  smesso  di frequentarsi, anche se, nella grande città tutto era più grande, attraente, caotico, diverso!

Quando tornava a Cotacachi i discorsi erano sempre sulla dinamicità della vita di città, sui nuovi interessi, sulla grandiosità di tutto ciò che ruotava attorno a loro. Ben presto Estella aveva trovato un ragazzo che avrebbe voluto averla tutta per se, ma appena raccontato questo fatto, in gran segreto, alle sue amiche, in paese non si parlava d’altro.

Tutti la invidiavano, avrebbero voluto conoscere subito quel giovanotto, vedere come era fatto un ragazzo di città. Le altre si sentivano ormai bambine al suo confronto e, ogni notte, sognavano un ragazzo senza volto, che le portava su prati in fiori e castelli dorati, come un principe azzurro sul suo cavallo bianco.

Un giorno Alex venne anche lui a Cotacachi, e tutte lo conobbero. Portava i jeans come loro, eppure lo sentivano diverso, erano tutte innamorate di lui. Anche Dolores lo guardava e spasimava, lo immaginava come se fosse il suo fidanzato, sognava di baciarlo, di stare fra le sue braccia, di discutere con lui del proprio futuro. Voleva evadere anche lei da quel paese, provare la vita della grande città, innamorarsi di un ragazzo suo. Tuttavia, per adesso, si accontentava di fantasticare con quello della sua amica, un sogno che faceva spesso, anche se cercava di distoglierlo dalla propria mente. Ma era più forte di lei, sognare di stare seduta sulle gambe di Alex, di accarezzarlo, di palparlo, di sentirsi stringere da lui, era l’attività prevalente della sua mente. Lo faceva mentre camminava o mangiava, quando era sola o in compagnia. Era sempre distratta, con il volto che si atteggiava a segreti sorrisi, da cui si destava incredula e delusa.  

Estella non si accorgeva di come lei lo guardasse, del resto, in paese tutte le ragazze facevano gli occhi dolci verso il suo ragazzo, ma lei era sicura del suo amore e non si curava di ciò.

Tuttavia lei sapeva dividersi tra Alex, Dolores, ed il suo lavoro come segretaria in una ditta di importazioni ed esportazioni a capitale statunitense.

Ma quando Dolores conobbe Julien, la sua vita cambiò  di colpo. In pochi giorni diventò adulta. Riprese a frequentare la scuola per studiare un po’ di inglese, in modo da potersi togliere da dietro il banco della salumeria, dove l’unico interesse era quello di tagliare dritto un etto di formaggio o dare qualche consiglio su come dosare lo zucchero nei dolci. E infatti aveva subito trovato impiego presso un'agenzia di viaggi. Adesso la sua allegria era matura, diversa da quella spensierata delle cugine più piccole, i cui problemi ormai non la riguardavano più.

Finalmente svolgeva un lavoro che le piaceva, forse l'unico adatto ad un carattere estroverso come il suo e guardava a un futuro da vivere con tanti bambini attorno a lei. A volte si chiedeva se Julien fosse veramente la persona con cui vivere per sempre, oppure lei si fosse attaccata a lui solo per non pensare ad Alex, del quale si sentiva segretamente innamorata. Altre volte si chiedeva se si era messa con Julien perché lo amava, o perché quell’uomo era il mezzo per lasciare la vita di paese e andare a vivere a Quito. Ma dare una risposta serena ad un simile dilemma non era facile, soprattutto per una ragazza di vent’anni che aveva una gran voglia di città.

E poi il colpo di fortuna, lui era stato assunto come guardia di sorveglianza presso l’ambasciata del Giappone a Lima. Un lavoro sicuro, che dava loro la possibilità di sposarsi. Andare a vivere a Lima, una città ancora più grande di Quito! Quel pensiero la eccitava, anche se faticava un attimo a distogliere il pensiero di una vita con Alex, quello che aveva alimentato la sua speranza ormai da molto tempo. A Cotacachi i giorni scorrevano veloci, erano passate poco più di quattro settimane da quando lui aveva preso servizio e non c’era giorno che a casa di Dolores non suonasse il postino, per recapitare una lettera di Julien. La loro vita stava prendendo una piega diversa, quasi normale per due giovani che si preparano al matrimonio. Ormai contavano i giorni per sposarsi, pensavano già alla data ed ai festeggiamenti.

Era metà dicembre, Dolores era contenta per come stavano andando le cose, tuttavia era agitata. Nell’aria c’era qualcosa che la teneva in tensione, che si sovrapponeva ai preparativi felici per la festa di Natale e per il suo matrimonio.

Quel maledetto 17 dicembre 1996, il tempo era bello e Dolores voleva cominciare a preparare la valigia per andare a passare il Natale con Julien, ma non sapeva cosa mettere, guardava l’album delle foto e restava ferma.

Si sentiva strana, come se ci fosse qualcuno o qualcosa che la bloccasse nei movimenti, ma lei stessa non sapeva cosa fosse. Il nonno era l'unico ad accorgersi degli scatti nervosi di Dolores, gli altri non li notavano, eppure  per lui erano evidenti. Dava la colpa al tempo e  soprattutto  al Niño, il terribile mostro che ritorna ogni 4  anni ed è la causa  dei  più gravi cataclismi in Ecuador e Perù.

In effetti, in quel periodo, nel mondo scientifico se ne discuteva diffusamente, ma tra la gente comune nessuno parlava del Niño. Invece lui se lo sentiva, lo odiava dalla nascita, ma adesso lo aveva come il fumo negli occhi.

Dolores chiedeva consiglio ad Estella su come vestirsi e ad Alex sulla differenza di clima tra Cotacachi e Lima. Non  aveva ancora finito di parlare, quando Pablo, il fratello più  piccolo, arrivò col fiatone, la notizia era grossa, i Tupamaros avevano assaltato l'ambasciata del Giappone a Lima e fatto prigionieri tutti quanti.

«Che stai a dire?», tuonò Dolores mollandogli un ceffone, come a scuoterlo dalla voglia di far scherzi, «chi te lo ha detto? chi ha detto 'sta stronzata?’»

«L'ha detto la radio, senti anche tu, ne stanno ancora a parlare a tutto spiano».  Dolores  era diventata pallida come una morta, balbettava e aveva già la  bava alla bocca. Si attaccò alla radio e voleva tirarla contro un muro; c'era Julien dentro l'Ambasciata, era una delle guardie giurate a difesa dell’edificio. Lui non faceva che dirglielo, per la  gioia che lui si sentiva dentro, orgoglioso del suo lavoro, del lusso che c’era in quelle stanze e dell’importanza delle persone con cui si trovava fianco a fianco, felice perché questo impiego gli avrebbe permesso di formarsi una famiglia, come lui stesso aveva sempre desiderato. Ma lei lo sapeva, non si deve essere  mai troppo felici, il destino prima o poi te la farà pagare.

Dolores non ci pensò due volte, mise un paio di indumenti in valigia e partì, senza chiedere permesso o consiglio a qualcuno e senza neppure avvertire la ditta per cui lavorava. Lei voleva stare a Lima in quei giorni, vicino al suo Julien, perché sapeva che era in pericolo.

Le trattative andavano per le lunghe e le notizie sulla sorte di coloro che erano tenuti in ostaggio dentro l’Ambasciata, tra cui Julien, erano spesso contraddittorie. A Natale Dolores non ce la faceva più, mangiava saltuariamente, era dimagrita di cinque chili, non si curava, non si pettinava, era proprio uno straccio. La madre per telefono continuava a ripeterle di tornare a casa, ma ormai aveva perso le speranze, il padre non si muoveva da Guayaquil, diceva di essere sempre impegnato con il suo lavoro, ma in effetti era una scusa, lui non si curava per nulla del problema della figlia. I genitori non osavano andare a trovarla, sapevano che ciò avrebbe significato irritarla di più. Inoltre, poiché lo stipendio di Felipe era molto basso, era meglio mandare qualche soldo a lei per posta, piuttosto che andare  a trovarla.

Invece Estella ed Alex andarono più volte per starle vicino, darle un pò di conforto, una carezza, per farle sentire che oltre Julien c’era qualcun altro a fianco a lei. 

Non è che quei viaggi abbiano risolto i problemi di Dolores, però lei sicuramente aveva gradito la loro compagnia, si era confidata con loro, aveva trovato qualcuno con cui sfogare la sua rabbia e i suoi timori.

Erano passati più di tre mesi, da quando i Tupamaros avevano assaltato l’ambasciata e ancora gli ostaggi erano tutti dentro. Era difficile ragionare con Dolores, farle capire che la sua disperazione era inutile, che in quel modo non risolveva proprio nulla, anzi la sua assidua presenza davanti all’ambasciata stava irritando le forze dell’ordine, che ormai la conoscevano e la puntavano con sospetto.

Ma i giorni passavano veloci ed Estella doveva rientrare in ufficio, il suo lavoro non poteva aspettare oltre! Alex invece aveva un impiego più stabile e questo gli permetteva qualche giorno di ferie in più. Estella in uno slancio di sincera amicizia verso l’amica, lo pregò, lo supplicò di restare ancora qualche giorno con lei, perché in quel momento Dolores ne aveva proprio bisogno. Così Alex fece una telefonata in ufficio per dire che continuava le sue ferie, e restò a Lima.

Quel giorno lei era distrutta, Alex aveva dovuto usare tutte le sue dolcezze per portarla ai giardini pubblici, farla sedere su una panchina e sfogare la sua rabbia in un pianto dirotto.

Farle capire che, in quel groviglio di idee,  non esisteva un bandolo che loro potessero trovare. C’era solo da attendere e pregare. Erano problemi più grandi di loro.

Interessi politici, manovrati da abili speculatori, che si servivano del sangue di deboli innocenti per soddisfare la loro brama di potere. Si perché in fondo, vedila come la vuoi, i politici e i rivoluzionari, in ogni evenienza, hanno ottenuto molto per i loro interessi, sulle spalle di giovani convinti ed asserviti, ma si sono sempre lasciati una via di fuga, nel caso gli eventi si fossero messi male. Mentre quei ragazzi che loro avevano mandato avanti, non avevano mai avuto un paracadute di salvataggio. Loro erano esposti alle pallottole e al giudizio dei più.

In fondo, di quei discorsi di cui parlavano tutti, a proposito di quei banditi che avevano assaltato l’ambasciata, facendo morti e feriti, chi per condannarli come assassini, chi per inneggiarli come eroi, fra qualche mese non sarebbe rimasta traccia. Mentre il potere sarebbe rimasto fermo, nelle mani di chi aveva ottenuto la vittoria. E i morti sarebbero stati solo un dovuto contributo da pagare, per costruire la storia di una Nazione. Ma la storia la scrivono sempre i vincitori e i bisogni di chi ha perso, a volte giusti e sacrosanti, vengono sempre ignorati e sotterrati. 

Eppure tutti, sommessamente