Chicco e il cane. – Romanzo – di Alfio Giuffrida - Editore: Sovera  2012 -
ISBN: 8866520446 - p. 144 Eur 12,00 - Reparto: Romanzi / Narrativa Moderna e contemporanea

Disponibile in formato cartaceo, si acquista in tutte le librerie, oppure on line su vari siti, tra cui: http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida  oppure http://t.co/cHfSdTlQeV  oppure  http://t.co/D7ey1Zys9a  oppure  http://t.co/rlXgf5Fl3m  oppure  http://t.co/L1oZOWLK 

 

 

Presentazioni

Lo spunto che ha dato vita a questo avvincente romanzo è stata una conferenza, organizzata dall’Associazione Federasma, tenutasi a Roma nel 2003, alla quale l’autore ha realmente partecipato. In essa si è parlato del contributo che la meteorologia può fornire ai bambini ammalati di asma. 
L’Autore ha così voluto sottolineare le sofferenze che spesso affliggono bambini e genitori, parlando di una malattia ancora più grave, dalla quale molto difficilmente si riesce a guarire. Ma nella storia, quando tutto sembra precipitare, interviene la “Speranza”, che da sempre ci dà la forza di continuare a vivere e che qui si presenta sotto forma di una cagnetta che si dedica a lui in modo totale. 
Ed in effetti, Chicco è un bambino, al centro di una storia triste e commovente, che potrebbe essere vera. Ma la sua vita ha una svolta quando conosce Molly, una cagnetta abbandonata che lo adotta. Si, in effetti è proprio la cagnetta ad “adottare” il bambino! Tuttavia il racconto è anche il pretesto per accendere i riflettori su argomenti scientifici e di attualità, come il caso di Emanuela Orlandi. Nel libro si pone un interrogativo: i processi vanno svolti in Tv o al Tribunale? Le persone sono molto interessate ai fatti di cronaca, ma ciò è perché hanno effettivamente voglia di giustizia, oppure è solo una morbosa curiosità? Tutti siamo pronti a condannare le azioni degli altri, ma in quel momento pensiamo alle nostre azioni? Oppure, come dice il giudice nel romanzo: “Era proprio l’Ipocrisia, quella con la “I” maiuscola, che governava la Giustizia, la Politica, la Società, TUTTO!!!”? 
Il libro introduce un nuovo filone letterario chiamato: “VERISMO INTERATTIVO” in cui il lettore diventa protagonista, partecipando ai forum accesi sugli argomenti sociali o di attualità, introdotti nel romanzo. 
Tuttavia, la vera protagonista di questo romanzo è Molly, la cagnetta che è stata bistrattata dagli uomini, che le hanno procurato inumane disavventure ed ammazzato i cuccioli sotto i suoi stessi occhi. Eppure lei riesce a perdonare i suoi carnefici e alla fine è lei a diventare la “mamma” dei due bambini ammalati, adottandoli come se fossero proprio i suoi cuccioli. 
E il Signore interviene direttamente nella storia con una parabola che fa riflettere …. Una penna, un foglio e un calamaio, nella penombra si animano e si contendono quelle prerogative che anche noi persone spesso ci attribuiamo, non sapendo che il merito è …… . 


 

Qualche brano dal libro

Carta, penna e calamaio

Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare. Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto potrebbe lacerarsi ed andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io” mi sono impegnata a scriverla!».
«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».
A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto. La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante». 
Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro ed a schierasi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.
Ad un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse. Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.
Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese. «Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre ed una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?
Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità ed intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi. Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui. Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?». Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace ed il silenzio regnò di nuovo su quella scena.” 

Molly torna a casa


Quel giorno la Via del Mare era piena di traffico
. Era il primo pomeriggio di un sabato di aprile e ad Ostia faceva già un caldo che poteva dirsi estivo. Alex e sua moglie Tiziana tornavano in macchina da Roma procedendo a passo d’uomo, incolonnati sotto il sole di quella splendida giornata che aveva spinto molti romani a recarsi al mare, per godere delle prime avvisaglie di una estate che già si annunciava caldissima, oppure chissà, per ammazzare la noia in un modo diverso dagli altri giorni. Era la primavera che tutti aspettavano per poter dimenticare le piogge dell’autunno ed il freddo dell’inverno, per godere il profumo dei fiori ed il vento leggero che accarezzava il volto. 

Ad un tratto la loro attenzione fu attratta da una cagnetta quasi bianca, con le orecchie e la testa chiazzate di un colore marrone scuro, che procedeva anche lei verso Ostia, zoppicando un pò, ma senza mai rallentare il suo passo. Camminava dritta sul bordo sinistro della strada, procedendo più veloce delle auto incolonnate, senza badare alle pochissime macchine che percorrevano la corsia in direzione di Roma. Ciò che immediatamente colpiva era il suo sguardo spaventato ed afflitto. Il portamento denotava una stanchezza infinita e le mammelle, gonfie e penzolanti, proprie di chi è in fase di allattamento, le sbattevano sul ventre ad ogni passo.
Appena vide la cagnetta, Tiziana, che fino a quel momento guardava la strada, annoiata dal lento procedere del traffico e sbuffando dal caldo, sobbalzò presa da un improvviso senso di pena per quel povero animale abbandonato. Visto che la macchina era ferma per il traffico, con un doloroso nodo in gola, volle scendere per soccorrerla, o almeno per darle un minimo di conforto. Fece una corsetta e le si parò davanti, accovacciandosi sulle gambe e aprendo le braccia in un segno di affetto per farle una carezza, ma la cagnetta corse avanti e non si fece prendere. Tiziana capì che in questo modo poteva solo metterla in pericolo e farla andare sotto qualche auto per cui non insistette, ritornò in macchina e si avviarono un po’ più velocemente, sorpassando la povera bestia, estremamente bisognosa di aiuto, ma incapace di accettarlo da altri se non dal suo padrone. 
Eppure cosa era accaduto era ben chiaro, non occorreva avere troppa fantasia per capire come erano andati i fatti! Sicuramente aveva avuto una bella cucciolata, ma il suo padrone aveva deciso che non poteva o non voleva tenerla. Così, come è sempre accaduto in questi casi, ad avere la peggio è stato l’essere più indifeso, colui che ha avuto la sola capacità di voler bene senza chiedere null’altro in cambio. Sicuramente la povera bestiola era stata buttata fuori di casa, portata chissà in quale strada fuori città e lì abbandonata, forse con la segreta speranza che qualche macchina la mettesse sotto, chiudendo definitivamente la partita e non se ne parlava più. 
E i cuccioletti? Chissà, forse venduti, oppure buttati in qualche secchione della spazzatura, come stracci sporchi di sangue. Certo noi persone non supponiamo minimamente il dolore che si può provare in una situazione simile: essere cacciati di casa e vedere i propri figli buttati ancora vivi nella spazzatura è un dolore così grande che è difficile da immaginare e da superare, eppure agli animali capita e neanche tanto di rado! 
E tutto questo non per un incidente o un brutto gioco del destino, ma solamente perché qualcuno di noi uomini, che  noi stessi abbiamo distinto dagli animali e finora giudicato, a torto, “di intelligenza superiore”, aveva deciso che quella povera bestiola “dava fastidio”. Eppure, la cosa più sorprendente è che l’animale che ha subito un simile trauma non reagisce con rabbia e con odio verso il suo padrone, anzi dopo pochi istanti lo ha già perdonato ed è disposto a farsi toccare ed accarezzare sempre e solo da lui. 

Il "caso" di Emanuela Orlandi

A lui era capitato anche qualcuno di questi casi, come ad esempio una inchiesta sul traffico di droga in cui era implicata l’attrice più in vista del momento, oppure qualche caso di stupro ad opera di giovani della jet society, poi finito su tutti i giornali. Ma lui era stato sempre integerrimo: non aveva fatto trapelare neanche un particolare prima che l’inchiesta o il processo fosse concluso. Su tale argomento, lui aveva preso una posizione ben decisa: «Quando una indagine o un processo viene dato in pasto alla gente», diceva con voce alta e convinta, «nessun giudice può più fare a meno di essere influenzato dall’opinione pubblica, a tutto danno della verità e della giustizia».
Già a quel tempo, nei corridoi dei tribunali, si parlava molto di questa abitudine e il mondo dei giudici era diviso. Alcuni dicevano: «La popolazione deve sapere tutto e subito, sui fatti ed i misfatti che accadono nel mondo. Ed i giornalisti sono fatti apposta per questo». Altri affermavano che tutto ciò poteva essere reso pubblico solo dopo che la giustizia aveva fatto il suo corso e smascherato i colpevoli, perché sarebbe stato facile per dei giornalisti interessati o prezzolati pubblicare false notizie o insinuazioni, per gettare fango su personaggi molto in vista che, pur se estranei ai fatti o coinvolti in modo solo marginale, potevano essere messi al centro dell’attenzione e giudicati dai mass media prima ancora di essere giudicati dalla giustizia. 
Era quello il periodo in cui il caso del rapimento di Emanuela Orlandi campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali. In un primo momento sembrava solo un sequestro effettuato da una banda organizzata. Si cercò di rintracciare l’uomo con la BMW verde che l’aveva adescata con la scusa di farle fare una vendita di prodotti cosmetici, come lei stessa aveva riferito per telefono ai genitori e ad una amica, nelle ore subito precedenti la sua scomparsa. 
Da un primo identikit circa il presunto rapitore, qualcuno degli investigatori fece il nome di Enrico De Pedis, uno dei capi della “banda della Magliana”, allora implicata nei maggiori reati della Capitale, con collegamenti nel mondo della finanza e della politica. Tuttavia quella notizia non fu tenuta segreta, come doveva esser fatto secondo il nostro giudice, ma fu subito pubblicata su tutti i giornali.
Il giorno dopo cominciarono le telefonate dei possibili rapitori, ognuno dei quali dette dei particolari che denotavano la piena attendibilità del fatto che la ragazza fosse nelle loro mani. 
Pochi giorni dopo cominciò a farsi avanti addirittura l’organizzazione terroristica turca dei “Lupi grigi”, che rivendicò il sequestro e dichiarò di essere in possesso dell’ostaggio. Per la liberazione della ragazza chiesero lo scambio con il terrorista Mehmet Ali Ağca, allora in carcere perché ritenuto responsabile dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, del 13 maggio 1981. 
Con questa svolta, il caso era ormai divenuto di dominio pubblico. La gente era disposta a cancellare degli appuntamenti importanti per restare attaccata al televisore ed ascoltare il telegiornale che dava le notizie sul “Caso Orlandi”. Si organizzavano delle fiaccolate nelle strade della Capitale per supplicare i rapitori di rilasciarla. Ma tutto ciò era veramente utile, oppure il caos che si era creato su quel caso era il modo migliore per invogliare i rapitori a tenerla sequestrata ed alzare il prezzo del riscatto? 
Era questo che il papà di Susanna, allora giovane giudice del tribunale di Roma, sosteneva con forza, quando chiedeva che l’inchiesta fosse affidata a lui, che non avrebbe fatto trapelare più nulla.
In effetti il caso passò di mano più volte, ma rimase affidato sempre ad altri magistrati, i quali spesso si lamentavano che a loro fosse affidata quella inchiesta così scottante, divenuta ormai oggetto di pubblico interesse, per cui aveva assunto una importanza superiore a tutte le altre. 
Tutti si mostravano costernati ed arrabbiati di doversi occupare di quel caso, considerato come una “patata bollente”, ma si guardavano bene dal rifiutarlo. Tutti dicevano di voler restare nell’ombra ed interessarsi solo dei ladri di polli, ma intanto accettavano di seguire il “caso Orlandi” e subito apparivano in televisione per dare in pasto al pubblico qualche particolare, magari ancora non verificato, ma che faceva scena, che coinvolgeva qualche personaggio della politica o della finanza, traendone subito dei vantaggi in pubblicità ed immagine e, chissà, forse anche in denaro. 
Dopo qualche richiesta più o meno esplicita, il giudice Luca perse la testa ed esagerò con le affermazioni fatte in pubblico, in effetti sempre e solo nella sua ristretta cerchia di amici, ma pur sempre davanti a testimoni. Parlò molto male dei suoi colleghi, disse che loro, in apparenza, si scambiavano sempre dei saluti cordiali ed apparentemente distesi, ma dietro le spalle lottavano ai ferri corti per farsi affidare l’inchiesta, forse solo perché avrebbe dato loro una grande notorietà, ma lui insinuò che qualcuno ci avrebbe anche lucrato sopra.
Disse con cattiveria che alcuni giudici avevano passato le notizie più scottanti ai giornalisti dietro lauti compensi dati sottobanco. Portò avanti la sua diceria che a guidare la giustizia fosse “l’Ipocrisia”, quella con la “I” maiuscola, che dava a molti la possibilità di scagliare un sasso per agitare le acque, mettere il proprio nome in auge su tutti i giornali, per poi ritirare indietro la mano, dando alla persona che egli aveva accusato la possibilità di difendersi facilmente, perché la sua non era stata una accusa basata su fatti certi, ma solo una supposizione, di quelle che fanno vendere molte copie di giornali, ma che poi, con un po’ di calma e qualche soldo, possono essere messe a tacere e non creare gravi problemi. 
«A volte basta il sequestro o la morte di  una persona qualsiasi, il cui caso si presti a destare la curiosità della gente», diceva indignato il nostro giudice, «e molti giornalisti riescono a camparci sopra per parecchi anni, fingendosi interessati, ma in effetti restando indifferenti al caso umano, anche quando si tratta di bambini e pensando solo al proprio tornaconto». 
La rabbia del giovane magistrato si aggravò quando il sequestro della ragazza fu collegato allo scandalo dello IOR ed al caso Calvi, allora amministratore delegato del Banco Ambrosiano. Secondo alcuni giornali e trasmissioni televisive era stato direttamente monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello IOR, ad ordinare il sequestro, allo scopo di intimorire alcune
alte sfere all’interno del Vaticano, non si sa bene per quale motivo. Anche questo accostamento sembrò alquanto artificioso ed il nostro giudice si affrettò a spettegolare che: «Tali notizie sono state divulgate con il solo scopo di gettare fango sulla Chiesa o su personaggi pubblici che, per difendersi dalle accuse mosse dalla stampa ed essere pubblicamente scagionati, potrebbero essere indotti a pagare laute ricompense». 
Quelle parole, dette in pubblico, avevano riacceso le critiche contro di lui relegandolo sempre più in disparte e incattivendo il suo carattere. Tutte queste affermazioni, oltre che dal punto di vista sociale, avevano creato gravi ripercussioni anche sulla sua carriera. Venne accusato dai superiori di aver fatto delle critiche gratuite per le quali, se si  fossero verificati gli estremi di reato, non avrebbero esitato a denunciarlo. La sua vita divenne difficile. Tutti i suoi colleghi lo evitavano, rinunciando volentieri alla sua amicizia e lui smise di essere cordiale e allegro. Il suo carattere cambiò del tutto, rendendolo una persona burbera, cinica, insensibile e sospettosa. 
Tuttavia, come magistrato, aveva una grande capacità e competenza nell’espletare il proprio lavoro e questo lo aveva salvato da procedimenti amministrativi contro di lui, ma non dalla inevitabile solitudine. La sua rettitudine era l’unico motivo che lo sosteneva ma, a volte, i colleghi più invidiosi lo schernivano proprio per quella. Lui si difendeva a denti stretti, faceva notare che, stando alle notizie riportate dalla stampa, in quella storia avrebbero potuto essere coinvolti lo Stato Vaticano, lo Stato Italiano, l'Istituto per le Opere di Religione (IOR), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e i servizi segreti di diversi Paesi. Fatti troppo diversi tra loro per poter essere coesistenti. 
Secondo lui, le notizie che venivano riportate sui mass media, erano incomplete e alcune addirittura  false, date in pasto ai cronisti con il preciso scopo di creare uno scoop o addirittura di deviare le indagini. Ma era giusto tutto ciò? Era corretto che, con la scusante di dover informare la popolazione si potessero deviare le indagini? Tutto questo veniva fatto a fin di bene, per dare al pubblico tutte le notizie possibili, o era un modo per lucrare sulle disgrazie altrui? Le indagini ne avrebbero tratto un beneficio oppure era un modo per deviarle? 
Il giudice diceva, sempre più indignato per come stavano andando le indagini: «Non dobbiamo permettere che siano date al pubblico troppe notizie non verificate, altrimenti uccideremo per sempre la Giustizia ed è inutile che poi cerchiamo di resuscitare un morto dopo averlo sepolto sotto una montagna di bugie.» 
E dopo qualche anno ci fu il colpo di grazia, quando si venne a sapere che il bandito Enrico De Pedis, subito dopo la sua morte, era stato sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare, in territorio Vaticano, con il benestare, se non addirittura l’intercessione, di un illustre Cardinale, allora presidente della CEI. Quella notizia riaccese subito le polemiche contro la Chiesa, accusata di avere accolto tra le proprie mura il corpo di una persona, che in vita era stato un criminale, per il solo scopo di celare chissà quale mistero. Anche in quel caso si vendettero milioni di copie di giornali e molte rubriche televisive furono dedicate a quella scoperta, ma dopo poco tempo non ne parlò più nessuno. Forse qualcuno aveva pagato per quel silenzio? 
Ma il nostro giudice era ormai stanco di lottare e quella notizia scandalosa lo fece solamente sorridere. 
Giusto qualche piccola piega del labbro in quel suo volto indurito dalla rabbia e dall’indignazione verso molti dei suoi colleghi, che gli avevano tolto quel gusto alla vita ed avevano ucciso quei sentimenti che da giovane lo avevano portato ad essere un leader nella società, mentre adesso era sempre più solo, pieno di autorità e di autostima, ma incapace di fare anche solo un sorriso ad un bambino o ad un cane.  
Ormai la rabbia e l’indignazione avevano occupato per intero il suo cuore e la sua mente, lui si era fatta la ferma convinzione che era proprio l’Ipocrisia che governava la Giustizia, la Politica, la Società, TUTTO!!! 
Pensava che tutto, nel mondo, fosse fatto in funzione dell’ipocrisia che entrava sottile in tutte le azioni della nostra vita.  «Ed io, povero imbecille», disse tra se e se, «che volevo combatterla con l’onestà e la rettitudine! Sono stato uno stupido, un ingenuo, un bambino incapace di valutare i fatti. Non mi ero assolutamente reso conto di quanto l’invidia e la bramosia si fama e di potere, nell’uomo siano più forti della bontà e del senso di dovere. Ed ho fatto male a me stesso, alla mia famiglia ed in particolare a mia figlia, che volevo aiutare a modo mio, senza neanche ascoltare le sue parole e valutare le sue reali esigenze».   

L’ingenuità dei bimbi e la presunzione dei grandi

Tiziana guardava incuriosita quel bambino e si rendeva conto che aveva qualcosa di anormale e di patologico, ma non riusciva a focalizzare quale malattia avesse. Anche Milly guardò con stupore quel movimento frenetico delle sue dita, capì che non voleva fare del male al suo cane e, con la sua ingenuità da bambina, pensò che avesse compiuto quel gesto perché aveva paura dei cani. Per questo si calmò subito e smise di aver timore che quel bimbo volesse rubargli Molly.

Fu lei a parlare per prima ed interrompere quel silenzio che ormai era diventato troppo lungo. Cercò di instaurare una discussione con lui, visto che lei aveva sicuramente qualcosa da insegnargli, avendo già un cane del quale si sentiva una responsabilità come quella che le mamme hanno verso i figli. Voleva fargli capire che Molly era buona e lui avrebbe anche potuto toccarla, ma era il “suo” cane e se lui voleva accarezzarla doveva avere il suo consenso. Era ben disposta verso di lui, ma era ancora titubante delle sue possibili reazioni. Gli disse: «Non aver paura di Molly, lei è buona con tutti, soprattutto con i bambini. Chiamala per nome, si chiama Molly!»

Ascoltando quelle parole, rivolte a lui con dolcezza, e quel nome ripetuto più volte, il bambino si calmò un po’ e smise di stropicciarsi le dita, ma restò muto e con lo sguardo vuoto, fisso sulla bambina per il fatto che era stata lei a rivolgersi a lui, ma senza alcuna espressione, né di interesse né di paura. Milly accarezzò il cane e lo spinse dolcemente verso di lui, come per invitarlo a poggiare una manina sul suo dorso, ma il bambino rimase fermo e muto, mentre la madre lo guardava con la segreta speranza che la sua mano si allungasse verso quel piccolo animale, ma ciò non accadde.

Fu invece preso di nuovo dall’agitazione e ricominciò a stropicciarsi le dita con forza, sicuramente facendosi del male. La bambina lo guardò incuriosita, smise di aver paura