È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida 
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.booksprintedizioni.it/libro/romanzo/la-danza-dello-sciamano
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM di questo sito,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo. 

 

Quando arrivammo al campo di Auschwitz nell’ottobre del 1941, ci dissero che li saremmo stati trattati “molto bene”, perché avremmo avuto la possibilità di riscattare la nostra libertà con il lavoro! Avevamo il compito di costruire un nuovo lager, in una località li vicino, che si chiamava Birkenau. 
Ma era chiaro che ciò era solo Ipocrisia! Appena arrivati fummo sottoposti ad un periodo di isolamento per prevenire, almeno in teoria, la diffusione nel campo di malattie infettive. Imparammo subito la rigorosa osservanza dell'ordine del giorno, il brutale risveglio al mattino, le lunghe ore di fatica al limite della sopportazione umana. 
Le condizioni di lavoro erano massacranti, ma la cosa che ci faceva stare ancora peggio, che ci dava la nausea e il ribrezzo, era lo scopo per cui dovevamo riadattare ad “alloggi” quelle baracche già vecchie per la funzione di stalle che avevano svolto fino ad allora. 
Non ci voleva molto a capire che ciò che stavamo costruendo erano dei campi di sterminio, dove i prigionieri venivano uccisi con il gas, il tristemente famoso Zyklon B, e poi fatti scomparire nei forni crematoi. 
La scena che si presentava, al mattino, sotto i nostri occhi era allucinante: una interminabile scacchiera di baracche di legno sgangherate, che emergevano a malapena dal fango e dalla nebbia. Per raggiungerle occorreva superare ostacoli di ogni genere, per restarvi dentro vivi si dovevano affrontare sacrifici enormi. E lo scopo di tutto ciò era quello di scomparire per sempre in un forno crematorio! 
Per gli ebrei, quella era la destinazione già dal loro arrivo. Gli altri: russi, polacchi e infelici di ogni razza, eravamo più fortunati perché, anzicchè ucciderci subito, ci facevano prima lavorare. Ma se non eravamo più in grado di svolgere il nostro lavoro, la nostra sorte era simile a quella degli ebrei. 
Le pietose condizioni dei locali, il sovraffollamento, la sporcizia, l’impossibilità di curare la propria igiene personale e, soprattutto, il terrore regnante, erano i soli pensieri che occupavano la psiche dei prigionieri. In particolare di quelli che trascorrevano la quarantena a Birkenau, dove si trovavano le istallazioni dello sterminio di massa. 
Le baracche dove vivevano non potevano in alcun modo essere chiamate “alloggi”: erano di legno, non coibentate, senza riscaldamento, costituite da un unico ambiente dove dormire, mangiare e fare i propri bisogni personali. E le temperature, in inverno, raggiungevano i 30 gradi sotto zero. 
L'umidità, l'acqua che gocciolava dai tetti, i pagliericci imbrattati di feci, peggioravano ancora di più le già terribili condizioni abitative. Di notte era vietato aprire le porte per far cambiare l'aria. I vermi imperversavano e i ratti attaccavano morti e vivi. 
Il vitto, naturalmente, non era affatto da hotel a 5 stelle. La maggior parte dei prigionieri, malati e scheletriti, coglievano disperatamente la minima occasione per conquistare qualcosa da mangiare, rovistando nei rifiuti delle cucine. Ciò che trovavano erano bucce crude, rape e patate ammuffite, le quali, piuttosto che alleviare la fame di quei poveri infelici, provocavano loro feroci attacchi di diarrea. 
Per non parlare delle cattiverie che facevano i tedeschi quando si accorgevano che qualcuno di noi si avvicinava al secchio dei rifiuti. Subito buttavano dentro qualche cicca di sigaretta ancora accesa. Era un gesto di spregio verso di noi prigionieri, perché il tabacco e la nicotina rendevano amarissimo e velenoso tutto il boccone attorno alla cicca e noi dovevamo toglierlo, con la pazienza dei deboli e con l’unica speranza che un giorno, forse in una vita futura, il Signore potesse dare giustizia ad azioni così ingiuste! 
In quelle condizioni la vita di ciascuno di noi aveva un valore veramente esiguo. Dormivamo in camerate larghe cinque metri, su tre file di pagliericci, alla mercede dei prigionieri incaricati dalla sorveglianza, che ci costringevano a dormire tutti su di un fianco e pigiati fino all'inverosimile per far posto a quanti più prigionieri fosse possibile.» 
Aldyr interruppe, per un attimo, il suo discorso, alzò gli occhi al cielo e poi li riabbassò verso Alex e Laura, come per scrutare le loro reazioni a quel suo  sfogo sulle amarezze della sua vita vissuta. Poi riprese, con voce sempre più grave, il suo triste racconto. ….