È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line: http://www.booksprintedizioni.it/libro/romanzo/la-danza-dello-sciamano I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

Guardai l’uomo che avevo appena aiutato e gli feci cenno di tenersi pronto a rispondere “presente” al mio segnale. Lui capì subito che avevo in mente un piano e, appena strizzai l’occhio al nome di un detenuto, lui proferì un sonoro “presente” con accento russo.
Quella sera andammo a dormire in un pagliericcio che non era il nostro. Negli elenchi delle SS i nostri due veri nomi furono segnati come fuggitivi. Ma il sotterfugio non poteva durare a lungo, i numeri che avevamo tatuati sull’avambraccio corrispondevano ai nostri veri nomi. Ciò che mi aveva fatto balenare quella azzardata idea, era il fatto che quando lo avevo soccorso, il suo polpaccio aveva un largo buco, provocato dalla pallottola che era passata da parte a parte. Ma non sanguinava minimamente!

Forse quell’uomo era anche lui uno sciamano? Così avevo pensato in quel momento. Era stata l’idea di un attimo, azzardata come un bluff al poker. Ma la nostra vita valeva meno di una scommessa, forse per questo potevamo permetterci il lusso di tentare.
Quando arrivammo alla branda dei due fuggitivi, sotto gli occhi increduli di coloro che li conoscevano, subito ci sdraiammo al loro posto. Ma nessuno osò proferire parola. Forse in tutti loro stava nascendo una Speranza: da quell’inferno si poteva evadere!
Parlando sottovoce gli dissi che ero uno sciamano e gli chiesi se anche lui aveva quelle stesse prerogative. Mi rispose di no, ma anche lui guardava, incredulo, il suo polpaccio spappolato dalla pallottola e si stupiva che non sanguinasse e non gli provocasse alcun dolore.

Gli dissi che le mie prerogative di sciamano erano proprio quelle di poter rinascere dalle mie stesse ceneri. E questo sarebbe stato di grande aiuto se avessimo deciso di fuggire anche noi.
Lui mi disse che il piano che aveva fornito ai due russi era molto azzardato, bisognava agire più di cervello che di agilità. Ma fino a quel momento sembrava che avesse funzionato! Erano riusciti a dileguarsi sotto gli occhi increduli dei tedeschi, che tuttavia non avevano smesso di cercarli anche con l’aiuto dei cani.
Nei nostri occhi brillò la speranza che forse presto avremmo potuto fare la stessa fuga anche noi. Ma bisognava agire in fretta, al prossimo controllo, fatto con più calma, i tedeschi si sarebbero sicuramente accorti della nostra vera identità, dal numero di matricola che avevamo tatuato sul braccio.

Ma la fortuna non fu dalla nostra parte. Passò meno di un’ora e si sentirono degli spari in lontananza. Poi dei passi concitati nella caserma centrale, delle auto che si erano fermate. Qualcuno aveva scaricato due sacchi, ciascuno dei quali avrebbe potuto contenere un uomo e li avevano portati dentro.

Poi il silenzio, forse passarono dieci minuti, forse di più, nessuno si prese la briga di contare il tempo. Come era accaduto altre volte, ci si aspettava che i due fuggitivi, appena presi, venissero impiccati nella piazza dell’appello. Ma ciò non accadeva.

Ad un tratto si sentirono i passi di un kapò che si dirigeva verso il filo spinato della recinzione. Stese con cura due camicie a righe che aveva con se, in modo da mettere in mostra il grosso buco, imbrattato di sangue, che avevano entrambi nella parte anteriore.

Quel gesto era un evidente segnale che i due evasi erano stati colpiti alla spalle con le micidiali pallottole “dum dum”, quelle che venivano usate nella caccia grossa per abbattere i rinoceronti. La pallottola, che entrava nel dorso come tale, esplodeva all’interno del corpo, provocando, sul petto, uno squarcio di dieci centimetri di diametro!

Quando ebbe finito, fece un cenno alla sentinella che azionava i riflettori e lui ne puntò uno sulle due camice, affinché fossero visibili anche di notte e potessero essere di monito a chi avesse ancora voglia di credere in una facile fuga.

Ma per me e Armonica la cosa era diversa. Noi DOVEVAMO fuggire, subito, senza pensarci su. Era chiaro che i kapò stavano già venendo a prenderci.

Ci alzammo senza dire una parola e ci avviammo verso la porta, scalzi, per non fare rumore. Nel corridoio scorgemmo le teste di tutti gli altri prigionieri, che si giravano in silenzio al nostro passaggio, come per rendere gli onori a due commilitoni che andavano ad immolarsi per una causa comune.   

All’interno del campo i viali erano ancora deserti, forse nella caserma principale erano ancora tutti euforici a brindare su quelle macabre spoglie dei due poveri infelici. Forse i riflettori erano tutti puntati su quelle due camice insanguinate, forse il Signore, da lassù, celò i nostri passi agli infami aguzzini.

Scavalcammo la recinzione nell’unico punto dove si poteva fare, quello che Armonica aveva indicato ai due russi, il giorno precedente. Quindi cominciammo a camminare, in silenzio, sempre più veloci. Poi a correre, sempre più forte, con il cuore in gola e senza voltarci indietro.

Man mano che ci inoltravamo nelle campagne deserte, ci rendevamo sempre più conto che per fuggire da Auschwitz, non bastava avere cervello ed essere agili. Serviva anche e soprattutto una grande fortuna.

Eravamo ancora vicini al campo, quando trovammo un casolare che sembrava abbandonato. Entrammo con cautela, ma non c’era nessuno. Trovammo degli abiti civili e li indossammo senza badare alla misura. L’unica cosa importante era toglierci quella divisa a righe che avevamo addosso.

Poi di nuovo a correre, senza stancarci mai, senza voltarci indietro. Non osavamo credere di essere fuori da quell’inferno, ma non sapevamo quanto potesse durare quella fuga. Sapevamo che i tedeschi non erano teneri e quelle due camice con il buco occupavano tutti i nostri pensieri.

Ma forse non rappresentavano una vera paura. Forse ci voleva più coraggio a vivere una vita da prigioniero ad Auschwitz, che a morire in un attimo, senza avere il tempo di accorgerti come la pallottola entrava nel tuo corpo e come esplodeva. Forse avresti visto solo il bagliore dello sparo e nulla più.

Quando ci fermammo ed avemmo modo di parlare un po’, ritornai sul discorso degli sciamani. Volevo sapere come mai la sua ferita non sanguinasse, perché, se anche lui avesse avuto le mie stesse potenzialità sciamaniche, potevamo unire le nostre forze e approfittare delle nostre prerogative!

Il sentirmi libero aveva fatto rinascere in me quello spirito di orgoglio e di superiorità, che mi avevano caratterizzato fino al momento in cui i tedeschi mi avevano fatto prigioniero.

Ma lui, col suo sguardo, subito bloccò i miei propositi di rivalsa e le mie parole che sapevano di vendetta. Fermai il mio discorso e in un attimo capii che, in quel momento, anche io ero come quelle SS che avevano goduto delle nostre sofferenze. Forse anch’io ero invasato da una sete di potere che non conosceva nessuna umanità.

Abbassai gli occhi e mi ammutolii. Mi sentivo piccolo davanti al suo cospetto, ma lui mi guardò fisso negli occhi e, con meraviglia, nel suo sguardo non vidi la paura che invece io avevo, ma solo rabbia per ciò che i tedeschi avevano fatto sui nostri corpi e pietà per ciò che noi, adesso, stavamo facendo.»

«Se pensi di conquistare i popoli con le armi,» disse lui con voce severa ma pacata, «sarai sempre contro qualcuno e un giorno sarai giustiziato anche tu con le tue stesse armi. Non siamo ancora liberi, siamo solo evasi! E tu vuoi parlare già come loro? » Mi disse con tono di rimprovero!

«Lo guardai con rispetto, ma ancora non riuscivo a domare il senso di rivalsa che adesso scorreva forte nelle mie vene. Dissi, come per inventare una giustificazione che non c’era, ma mentendo spudoratamente, che non intendevo usare le nostre prerogative per conquistare il mondo. Mi riferivo solo alla nostra salvezza, alla possibilità di sfuggire ai pericoli con maggior facilità. »  

 

Mi rispose con voce ferma: «Mi chiamo Izaac Dabrowski e non ho fatto nulla di male contro i tedeschi ne contro qualsiasi altra razza. Mi hanno deportato per il solo motivo che io ero un intellettuale e ciò rappresentava un vincolo alle loro mire espansionistiche.

Per annientare una nazione, la prima cosa da fare è quella di cancellarne la storia, ma questa idea non era venuta in mente solo ai tedeschi, anche voi russi vi siete macchiati di crimini orrendi per cancellare la nostra nomenclatura. Tu sai cosa è accaduto nella foresta di Katyn?

Ma se anche oggi stesso io morirò per le vostre idee, quante altre persone dovrete uccidere per imporre le vostre convinzioni anche a loro? Il giorno in cui fui deportato stava nascendo mio figlio e domani ne nasceranno altri, tanti altri. Sicuramente molti di loro non la penseranno come voi, cosa farete allora voi? Li ucciderete tutti? ……