Brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida.

Era quello il periodo in cui il caso del rapimento di Emanuela Orlandi campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali. In un primo momento sembrava solo un sequestro effettuato da una banda organizzata. Si cercò di rintracciare l’uomo con la BMW verde che l’aveva adescata con la scusa di farle fare una vendita di prodotti cosmetici, come lei stessa aveva riferito per telefono ai genitori e ad una amica, nelle ore subito precedenti la sua scomparsa.

Da un primo identikit circa il presunto rapitore, qualcuno degli investigatori fece il nome di Enrico De Pedis, uno dei capi della “banda della Magliana”, allora implicata nei maggiori reati della Capitale, con collegamenti nel mondo della finanza e della politica. Tuttavia quella notizia non fu tenuta segreta, come doveva esser fatto secondo il nostro giudice, ma fu subito pubblicata su tutti i giornali.
Il giorno dopo cominciarono le telefonate dei possibili rapitori, ognuno dei quali dette dei particolari che denotavano la piena attendibilità del fatto che la ragazza fosse nelle loro mani.
Pochi giorni dopo cominciò a farsi avanti addirittura l’organizzazione terroristica turca dei “Lupi grigi”, che rivendicò il sequestro e dichiarò di essere in possesso dell’ostaggio. Per la liberazione della ragazza chiesero lo scambio con il terrorista Mehmet Ali Ağca, allora in carcere perché ritenuto responsabile dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, del 13 maggio 1981.
Con questa svolta, il caso era ormai divenuto di dominio pubblico. La gente era disposta a cancellare degli appuntamenti importanti per restare attaccata al televisore ed ascoltare il telegiornale che dava le notizie sul “Caso Orlandi”. Si organizzavano delle fiaccolate nelle strade della Capitale per supplicare i rapitori di rilasciarla. Ma tutto ciò era veramente utile, oppure il caos che si era creato su quel caso era il modo migliore per invogliare i rapitori a tenerla sequestrata ed alzare il prezzo del riscatto?  ……

La rabbia del giovane magistrato si aggravò quando il sequestro della ragazza fu collegato allo scandalo dello IOR ed al caso Calvi, allora amministratore delegato del Banco Ambrosiano. Secondo alcuni giornali e trasmissioni televisive era stato direttamente monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello IOR, ad ordinare il sequestro, allo scopo di intimorire alcune alte sfere all’interno del Vaticano, non si sa bene per quale motivo. Anche questo accostamento sembrò alquanto artificioso ed il nostro giudice si affrettò a spettegolare che: «Tali notizie sono state divulgate con il solo scopo di gettare fango sulla Chiesa o su personaggi pubblici che, per difendersi dalle accuse mosse dalla stampa ed essere pubblicamente scagionati, potrebbero essere indotti a pagare laute ricompense».  ……

E dopo qualche anno ci fu il colpo di grazia, quando si venne a sapere che il bandito Enrico De Pedis, subito dopo la sua morte, era stato sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare, in territorio Vaticano, con il benestare, se non addirittura l’intercessione, di un illustre Cardinale, allora presidente della CEI. Quella notizia riaccese subito le polemiche contro la Chiesa, accusata di avere accolto tra le proprie mura il corpo di una persona, che in vita era stato un criminale, per il solo scopo di celare chissà quale mistero. Anche in quel caso si vendettero milioni di copie di giornali e molte rubriche televisive furono dedicate a quella scoperta, ma dopo poco tempo non ne parlò più nessuno. Forse qualcuno aveva pagato per quel silenzio? …..