Questo è il primo capitolo del romanzo “Questo secondo non è per sempre”, di Vincenzo Bonicelli della Vite. Il testo è “Proprietà letteraria riservata” dell’Autore. La pubblicazione di parte di esso su questo sito è stata effettuata con il permesso dell’Autore, che ne ha inviato una copia in formato editabile all’amministratore del sito.

QUESTO SECONDO NON È PER SEMPRE

Vi fu sempre nel mondo molto di più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci - J. Ruskin

 

Prima parte   IL TALLONE DI ACHILLE  L’uomo sfocato

Di taglio, nello scorcio di strada fuori dalla finestra aperta, si allunga un’ombra di vita. È  scomparso  l’amico Eros, sindaco di questa città fino a ieri. Non perdona il tempo, io che scrivo non posso addolcirne la violenza. Una persona prende forma nella leggerezza di un sogno, ha il viso sorridente e la mano tesa nel saluto.  Entra nella stanza, mi scivola addosso, i contorni del corpo sfocati nell’ombra del muro, lontana la luce tenue del lampione da cui mi è venuto incontro. L’assenza di parole, o forse solo il vuoto che l’accompagna, lo rende inservibile come un cibo avariato dentro a un barattolo dall’etichetta scaduta, lasciato alla verità della fine. Leggo una data già passata da giorni, 22-11-2010. Non si può rischiare oltre, è pericoloso per la salute,  l’etichetta parla chiaro pure in controluce. Ma lui è ribelle all’apparenza. L’Eros senza vita, quello che non va oltre la scadenza, non può finire così, vuol essere ancora testimone. Se è qui per me come credo, io devo far rivivere quello che ha ancora da dire e quello che so deve essere di tutti. Tu  mi capisci, Miguel, l’etichetta di“realistico” ai tuoi articoli di giornale basta agli altri ma non a te, i fatti che metti a fuoco fissandoli in immagini nitide, fotografati prima che scompaiano, hanno l’aggiunta di te soggetto all’oggetto narrato. L’aggettivo realistico è ambiguo, lo sai meglio di me, tu stai sotto all’etichetta e non ti si vede, ma la tua presenza dà consistenza alle parole dando loro un significato vivente.

  Eros, scomparso da un mese anche se nel mio tempo personale è ieri, continua a vivere in questa stanza. Per buona sorte la mia mano destra lo ha trasferito sull’ I-Pad un secondo fa, e ora la sua figura mi parla. Tu sai a cosa mi riferisco, Miguel, parlando di quello che io solo so e che tutti devono sapere.

   Lo so. Vorresti mettere tutto sul giornale al posto mio?  Ti ricordo che  sono io  il giornalista, Massimo, non tu.

    No, no, non voglio questo, Miguel. Il sorriso e il saluto di Eros non richiedono un giornale per poterlo ricordare come amico prima che sindaco. La sua vita deve continuare come se lui fosse ancora qui con noi, anche se è difficile. Però ci aiutano i ricordi, l’equilibrio trovato con lui. A sei anni (lui non lo conoscevamo ancora), alle due ruote della nostra bici togliemmo le piccole laterali che bilanciavano le oscillazioni, un equilibrio di cui ci vantavamo tra amici e anni dopo eravamo già al centro del mondo sulle ruote del 24,  grandi più di noi visto che dovevamo pedalare a volte fuori dal sellino o mollare i pedali nel punto più basso dove il tacco non arrivava, le punte distese e il culo di fuori. Il nostro io sempre al centro del pedale, esibivamo un’abilità egocentrica perfetta. Le ruote le gonfiavamo a mano con una pompa a tubo, lontano dai “grandi”. Volevamo farcela da soli, come

i tuoi Paesi Emergenti di cui narri gli sforzi di emancipazione a prezzo di cadute sofferte e dolorose come le nostre in bicicletta. L’orgoglio della crescita era la nostra fede, la trama di chi ce la fa nonostante tutto e nasconde gli insuccessi. Da bambino le sparavi grosse, di nascosto a papà, quante balle per farti grande. Quella volta che papà ti disse meglio così, tu spari balle con le parole, Miguel, ma ti fermi lì, aveva ragione nel saperti disarmato e aveva previsto tutto, il tuo futuro e la tua rivalsa incruenta contro il mondo. Ti capiva bene, forse dentro era come te, ma sottovalutava le parole, non capiva che sono proiettili sparati senza armi.

   Tutto cambiò con Eros, con lui trovammo un nuovo equilibrio senza più nascondere gli insuccessi. Nel misurarci con lui già grandi, i primi peli duri nella barba tenera di diciottenni, il foglio rosa in mano e quattro ruote sotto il sedere, i sogni di grandezza armarono le nostre parole e disarmarono i nostri fallimenti. La scuola guida nelle strade di Bologna (la città di cui Eros sarebbe stato il sindaco nel Duemila), con lo specchietto retrovisore per il controllo di chi stava dietro, ci insegnò a fare i conti con il pericolo dell’errore e a osare per il gusto di guidare invece che essere guidati. Eros, un capitolo decisivo della nostra vita, c’insegnò a valutare il pericolo e correre dei rischi, l’errore non era un fallimento per lui ma una prova di cui bisognava ridurre le conseguenze negative, la vergogna non c’entrava. Ricordi quelle estati dolci in cui lasciavamo tutto alle spalle per seguire un itinerario impreciso? Guardavamo fuori da questa finestra aperta in attesa che arrivasse lui per partire insieme affrontando spazio e tempo. Ci difettava l’esperienza ma il mondo non intimidiva coi suoi lati oscuri, era uno stimolo anzi.  Non ci curavamo dell’ingenuità, eravamo liberi oltre la paura, Miguel. Bambini ancora ma già adulti, il controsenso della nostra crescita ci dava l’incoscienza di una vita oltre i confini conosciuti. Il futuro  invadeva il presente con la sua spinta, una vita libera sbarazzatasi degli ostacoli, tutto era superabile sulle quattro ruote che servivano a scoprire il mondo nel viaggio, le estati folli tra mete inventate al momento e strade sconosciute. Il nostro sogno di grandezza.

   Grande  l’ombra di Eros in questo scorcio di tempo che ricordiamo,  mentre fuori dalla finestra è come se vedessi ancora il giovane che pedalava senza freni un’ora fa mentre aprivo la portiera dell’auto e mi sfiorava la sua tutina elasticizzata ricca di colori, giallo e blu e verde e nero, il caschetto nero sulla testa, come un arcobaleno sagomato curvo su due ruote a spingere sui pedali. Sembrava una pubblicità uscita dalla Bicicletta, la fotocopia di un altro già visto altrove, l’insulto di un cervellino sottovuoto ai ricordi di bambino. Uno stronzo in serie, ecco. È scomparso, per fortuna, è ricomparso Eros, ma li  rivedo tutti e due, uno dentro e l’altro fuori casa. Gli occhi schiacciati sul vetro della finestra che dà sul terrazzo, guardo  il clown svanito nel nulla e lo insulto, Testa di cazzo! urlo. Lo disprezzo senza lo scudo del pudore (perche me la prendo tanto con lui?) lui corre mentre Eros è morto, questa è un’offesa e non può esserci ritegno in me. Uno stronzo che si crede eccezionale ma non ha idea di cosa vuol dire essere un grand’uomo.  Amico, hai le gambe storte sui pedali, prima o poi cadi e vai col culo per terra, lo so: la mia vendetta ha lo sguardo lungo.

   Scusa, Miguel, se ti rubo la vendetta, la tua specialità, ma voglio recuperare il tempo perduto. Tu avresti agito in tempo reale, lo so perché lo facevi già a sette anni. La bicicletta rovesciata su un lato, ti rialzavi infinite volte ridendo, pur se sfinito e amareggiato e sbeffeggiavi i grandi, compreso papà. Noi siamo dei duri, siamo “piccoli” e dobbiamo sopportare, dicevi, questa è la nostra forza, abbiamo tutto il tempo per noi, voi no. Ma i fenomeni non ti sono mai piaciuti, gli sbruffoni non capiscono niente, dicevi. A quello lì che  faceva il grande su due ruote, con la bellezza di tremila euro, o più, di materiali d’avanguardia sopra e sotto il culo, gli avresti dato il fatto suo. Con un Va là, fighetto elasticizzato, falla finita con la tua tutina del cazzo, che è meglio! l’avresti beccato dopo il suo Ehi, nonno, spostati dalla mia corsia! Avresti risposto colpo su colpo con una mitraglietta, tattatta tattatta ratta tattatta. Sei un fighetto di merda, nonno a chi? OOOHHH, COME TI PERMETTI, avresti urlato ty. E poi: Ti faccio vedere io se scendi. Pedala, scappa dai, è meglio per te.  Sparisci, stronzo.  Tu glielo avresti detto, lo so.

  Le  cose ci sono se le immagini e io immagino la mia vendetta sulle persone e la vita che è ingiusta con me. Ho ragione, no, Miguel? Tu sei più pronto di me, Miguel, lo so. Le cose girano a favore di chi è armato di parole e le ha pronte da sparare. Speriamo almeno che sia caduto  e si sia fatto male, che la vendetta non sia solo una mia idea, che ci sia un po’ di giustizia in giro.

   Eros, o il suo fantasma benevolo, è qui che mi osserva e mi vorrebbe calmare. Seguo il suo sguardo lontano, diretto alle vecchie mura di Bologna. C’è tanta folla a piedi dentro Porta, guarda quante coppiette, mi dice con gli occhi. Ha ragione. È  una bella giornata di sole, perfetta in due per tenersi uniti mano nella mano. Bella e dolce. E se la mano scivola fuori dalla sua, scopri che hai molte ragioni valide per goderti la tua città. Molte ragioni come andare a piedi più liberi e veloci, su due ruote o quattro, grandi o piccole, o sui pattini e gli skate, i bus e le Smart.  Sai, Eros, che in auto in quattro vuol dire essere tre più uno? Perché il guidatore non deve bere, è a parte, quindi non conta. Come a Parigi, la città dei miei sogni, al tempo dei Tre moschettieri: c’era uno che guidava e non si poteva contare, quel D’Artagnan che contava più degli altri. Come mai Tre più uno, con uno che conta di più e non viene contato?, questo il mio assillo di lettore.  Perché una matematica inesatta, mi chiedevo. È giusta? Poi pensavo al motto tutti per uno e uno per tutti: forse era questa la risposta alla mia domanda. Cioè uno era tenuto separato da tutti, uno che non puoi mettere con gli altri tre, come una parola distinta dalle altre, che fugge rapida mentre la leggi e porta le altre via con sé riunendole attorno a sé. Così Tre uomini in barca rimanevano tre quando erano in quattro, le persone aggiunte o sottratte  non cambiavano niente, il numero cambia in un attimo e non puoi fissarlo una volta per tutte, specie se è uno per tutti oppure tutti per uno, fa lo stesso se ci pensi.  Dumas aveva capito tutto. In carrozza, come in auto, quattro voleva  dire essere tre più uno, quello che guidava era sobrio per tutti gli altri e non rientrava nel numero, era solo uno per tutti.

Questa è la mia ipotesi sui numeri e sul rimanere sobrio, ma vale come la vostra.  Leggo come voi

quello che viene scritto sui giornali, magari dal mio compagno Miguel.

   Eros mi sta guardando invitandomi a far presto, Hai poco tempo, dice, devi correre, i Giardini Margherita t’aspettano.  Il tesoro l’hai nascosto lì, nessuno sa dove, tranne te e Miguel. Il vostro segreto lo potete raccontare in due, a quattro mani (?), non importa il numero, Massimo, coi numeri si fa solo confusione. Le mani che scrivono su un foglio bianco  sono come quelle che servono a un corpo per guidare senza andare a sbattere, una o due a seconda di quel che serve, nessuna di più o di meno. È così per tutti. Il valore della vita non è un numero, Massimo,  il racconto è fatto di ricordi, parole e invenzioni “realistiche”, emozioni  nello scorcio dei ricordi delle nostre gite estive. Setaccia il mio tempo, è il nostro oro condiviso.