Quella notte al Giglio – Romanzo – di Alfio Giuffrida - Editore: Sovera  2012 -
ISBN: 8866520640 - p. 128 Eur 10,00 - Reparto: Romanzi / Narrativa Moderna e contemporanea

Disponibile in formato cartaceo, si acquista in tutte le librerie, oppure on line su vari siti, tra cui: http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida  oppure http://t.co/cHfSdTlQeV  oppure  http://t.co/D7ey1Zys9a  oppure  http://t.co/rlXgf5Fl3m  oppure  http://t.co/L1oZOWLK  

Presentazione

Presentazione della Casa Editrice

“Quella notte al Giglio” continua il nuovo filone letterario chiamato: “Verismo Interattivo” in cui il lettore diventa protagonista, partecipando ai forum accesi sugli argomenti sociali o di attualità, introdotti nel romanzo. Il motivo che ha spinto l’Autore a scrivere questo libro è racchiuso in quella frase: “Salga a bordo cazzo”, che era diventata un ritornello in quel periodo incredibile che tutti vorremmo non fosse mai esistito. In qui giorni, accendendo il televisore, non passavano più di cinque minuti che non fosse ripetuta, ma quel che è peggio, sembrava riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani.
E quella frase ha fatto scattare “La rabbia e l'orgoglio”, come il titolo del famoso articolo di Oriana Fallaci.
La tragedia della Costa Concordia fa da cornice all’amore di due coppie, quella italiana di Alex e Silvia e quella coreana di Park e Bae, questi ultimi in viaggio di nozze sulla nave. Le vicissitudini di Bae spingono Silvia prima e sentirsi in colpa verso di lei, poi addirittura ad innamorarsene. Ci si chiede fino a che punto possa o debba spingersi un’amicizia. Le due coppie vengono coinvolte in una intricatissima storia, imperniata sulla spettacolarità dell’inchino all’isola del Giglio e sulle conseguenze che quel gesto, pur se entusiasmante verso la clientela delle navi da crociera, può causare se effettuato senza la dovuta professionalità.
E poi c’è Kim, il cagnolino della giovane sposina Bae, che muore tra atroci sofferenze nell’affondamento della Costa Concordia. Il piccolo Kim rappresenta tutti i 4200 ospiti della nave. La sua dignità nel morire è servita per dare l’idea di come, in quei momenti, si possa soffrire in silenzio, senza pensare ad altro se non alla propria vita ed a quella delle persone a noi più care. Ed in questa dimostrazione di altruismo gli animali sono insuperabili. Nel romanzo vengono evidenziati vizi e virtù tipiche dell’uomo, egoismo, presunzione, viltà; all’opposto senso del dovere, altruismo e solidarietà. È proprio nei momenti di bisogno che vengono fuori i nostri caratteri: si scopre chi è codardo e chi è eroe, chi pensa solo a salvare la propria vita e chi è disposto a rischiarla per salvare il prossimo.  

Intervista del Dr. Peppe Caridi


Intervista del Dr. Peppe Caridi, Presidente dell’Associazione MeteoWeb ONLUS, al Gen. Alfio Giuffrida, scrittore, autore del romanzo “Quella notte al Giglio”, pubblicato da Sovera nel 2012.
 

Caridi: Buongiorno Generale, è passato solo qualche mese dalla pubblicazione di “Chicco e il Cane” ed ecco già in libreria il suo quarto romanzo, che continua il nuovo filone letterario che lei ha introdotto: il Verismo interattivo”.  Vedo con piacere che il suo modo di scrivere sta prendendo forma! Il  nuovo libro «QUELLA NOTTE AL GIGLIO», sta avendo un successo superiore a qualsiasi aspettativa! E’ il suo modo di scrivere che affascina i lettori! Che si trovano immersi in una situazione reale, in cui loro stessi sono i protagonisti.
A parte tutto questo, ciò che ha meravigliato me e penso un po’ tutti i lettori è la velocità con cui lei ha completato il suo romanzo, traendolo da un fatto di cronaca, la tragedia della nave da crociera Costa Concordia, doloroso episodio ancora ai primi posti nelle cronache italiane. Mi dica, cosa l’ha portata a scrivere questo libro?
 


Giuffrida
. Quando ho scritto il mio primo romanzo, pensavo fosse solo un passatempo, ma adesso che sono al quarto, posso dire che ormai è andata!! Dopo “Chicco e il cane”, i lettori sono interessati a leggere i miei libri perché sanno che riportano fatti assolutamente veri! Non si tratta di fantascienza, con situazioni impossibili da realizzarsi, di storie assurde o paradossali e neanche di eventi ambientati in un jet set che sta al di fuori dalla nostra realtà, ma sono fatti normali, che accadono tutti i giorni a noi gente comune. E inoltre i lettori sono curiosi di trovare argomenti di attualità sempre più interessanti, che possono discutere da protagonisti commentando i vari brani appena appaiono sul suo sito  ( www.meteoweb.eu/ ), sul mio sito( http://www.alfiogiuffrida.com/  ) o su altri siti internet. 
Il motivo per cui DOVEVO scrivere questo libro è racchiuso in quella frase: “Salga a bordo cazzo”, che era diventata il triste ritornello in quei giorni incredibili che tutti vorremmo non fossero mai esistiti. In quel periodo, accendendo il televisore, non passavano più di cinque minuti che quella frase non venisse riproposta, ma quel che è peggio, sembrava essere riferita non solo al Comandante Schettino, ma a tutti gli italiani. Non sta certo a me giudicare Schettino né come persona né come Comandante, anche se penso che in quella occasione abbia commesso molti errori. So che c’è un procedimento penale in corso e sono sicuro che la Giustizia, alla fine del processo, darà la giusta risposta ai tanti interrogativi che ci siamo posti e, chi ha sbagliato, si spera pagherà con una pena commisurata ai suoi errori. 
Ma in quei giorni, soprattutto all’estero, era tutta l’Italia ad essere sotto processo. Tutta  la nostra Nazione era giudicata codarda, incosciente, vigliacca e facilona! Giusto per dire le parole più pulite con cui eravamo additati. Ma non è affatto così! Ecco perché in me è scattata “La rabbia e l'orgoglio”, come il titolo del famoso articolo di Oriana Fallaci, che mi ha imposto di mettermi a scrivere. Proprio in quel libro c’è una frase che non mi ha lasciato alcun dubbio se scrivere qualcosa oppure no. Me lo ha imposto! "Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre".  Per la Fallaci, i fatti dell’undici settembre del 2001, sono stati la logica conseguenza di un processo di decadenza della civiltà occidentale, soprattutto europea. Nel suo articolo, poi diventato un libro, la scrittrice fiorentina accusa duramente la classe politica italiana e più in generale occidentale, gli intellettuali e anche la Chiesa cattolica di alimentare o tollerare tale decadenza.  Anche l’inchino all’isola del Giglio è il segno di una tolleranza portata all’estremo. La conseguenza di un permessivismo con il quale vogliamo dimostrare il nostro “buonismo” verso il prossimo. Perché tutti pensiamo che gli eventi normali siano solo noia e vogliamo permettere a tutti di realizzare le loro idee, qualunque esse siano.  Vogliamo concedere a chiunque la possibilità di uscire dalla quotidianità, di essere “diverso”; avendo la consapevolezza della inutilità della maggior parte delle nostre azioni. 
Ma ci siamo ormai accorti che in questo modo,  scaricando sugli altri la responsabilità dei problemi causati dalla troppa libertà, siamo riusciti a realizzare una società corrotta ed inquinata sia nell’ambiente che nello spirito. E quando ci rendiamo conto che le azioni di altruismo, che vogliamo sbandierare, imporrebbero a noi stessi di rinunciare a qualcuno dei privilegi a cui siamo abituati, allora ecco che riusciamo a trovare una soluzione alternativa, che imponga di fare i sacrifici solo agli altri. E non ci curiamo se il nostro diventa solamente un falso buonismo, anzi proprio una evidente Ipocrisia, quella con la I maiuscola, che ci fa condannare tutte quelle azioni che poi noi stessi, in realtà, facciamo quotidianamente! Ma questo malcostume non è solo italiano, anche se noi non ne siamo esenti.
E quando il gossip televisivo si è fatto duro contro la nostra Nazione, siamo stati proprio noi italiani ad essere i peggiori nemici degli italiani. A sottolineare le nostre colpe e le nostre mancanze, consapevoli ma incuranti di farci del male da soli. Ma non è giusto che sia così.  Ecco perché mi son messo davanti al mio computer e mi sono imposto di scrivere una cronaca dei fatti di quei giorni che fosse il più possibile obiettiva, almeno per come li vedevo io. Per sottolineare immediatamente che non è possibile generalizzare il comportamento di una persona ed attribuirlo a tutti gli italiani. Anche se sono convinto che i posteri avranno sempre un ottimo giudizio di tutti noi. Tuttavia occorreva dire qualcosa subito, affinché il nostro onore non fosse scalfito neanche in quei pochi mesi in cui i fatti di cronaca destavano uno stupore che lasciava tutti a bocca aperta.

Caridi: Dunque il suo libro è anche un po’ “impegnato”, di quelli che fanno riflettere. Comunque penso anch’io che, quando tutti i riflettori su questa tragedia saranno definitivamente spenti, sia gli italiani che la gente di tutto il mondo, potrà ricordare che dietro i pochi particolari di incompetenza e di codardia che hanno caratterizzato quella tragedia, ci sono state molte azioni in cui la maggior parte delle persone a bordo e di coloro che sono intervenuti in soccorso dei passeggeri, si cono comportati da eroi.  Tuttavia il suo libro non è un saggio sui doveri di un Comandante o un resoconto dei fatti di cronaca. È un romanzo che, come ci ha abituati in “Chicco e il cane”, coinvolge e commuove le persone che lo leggono. E poi, tra i protagonisti c’è di nuovo un cane! Ed anche in questo caso penso che la scelta di questo argomento non sia casuale, ma vuole richiamare l’attenzione sugli animali da compagnia.


Giuffrida
. Naturalmente il libro deve avere una storia, altrimenti sarebbe una fredda accozzaglia di idee che, anche se interessanti, non sarebbero facili da leggere. Il tal senso la storia dei due sposini coreani si prestava molto a questa mia idea. Quanto al cane, mi sono chiesto più volte perché gli animali da compagnia, in genere, non sono ammessi sulle navi da crociera. Così continuando nella mia ottica del “VERISMO INTERATTIVO” (vedi il commento su 
http://www.leggereonline.com/editoria/64-autori/412-alfio-giuffrida.html ), ho pensato di accendere una discussione su questo argomento. Ho già messo qualche brano sul mio sito, e sono in attesa di qualche risposta, professionale ed esaustiva, da parte di qualche compagnia di navigazione, che spieghi perché i cani diano fastidio sulle navi da crociera. Naturalmente mi aspetto anche qualche frase di sostegno ed incoraggiamento da parte di coloro che sono d’accordo con me, nella infondatezza di questo divieto. 
Il piccolo Kim mi è servito inoltre per dare l’idea di come, in quei momenti, si possa soffrire in silenzio, con dignità, senza pensare ad altro se non alla propria vita ed a quella delle persone a noi più care. Ed in questa dimostrazione di altruismo gli animali sono insuperabili. Se avessi descritto il caso di questa o di quell’altra persona, avrei peccato di parzialità, avrei illustrato solo dei casi particolari, trascurando il fatto che il dolore, in queste tragedie, è generalizzato.  Anzi direi che è esteso anche alle persone che partecipano alla tragedia da casa, soprattutto ai parenti più stretti, che vivono ore di angoscia, che a volte sono terribili tanto quanto quelle di chi le vive in prima persona. Le figure della mamma e della sorella di Park, penso descrivano bene questa sofferenza. 
E poi ci sono tanti altri argomenti che ho toccato, sempre con lo scopo di aprire delle discussioni, come la curiosità dei colleghi di Alex di scoprire le differenze di abitudini tra gli italiani ed i coreani, il dolore profondo che la madre di Park aveva vissuto dopo la morte del marito, che a poco a poco si era trasformato in egoismo, impedendo ai figli di avere una vita normale.  La sofferenza di Hong, che si era ribellato a quella situazione, ma non aveva dimenticato l’amore di una madre. In fondo Park era riuscito a distrarsi dal suo dolore grazie all’affetto di Bae ed alla sua passione per il Kung Fu, mentre lui era rimasto da solo, in balia della droga che aveva già sopraffatto i suoi amici.

Park aveva i suoi idoli, il suo maestro di arti marziali che, nel momento della sua formazione, aveva preso il posto del padre. Quell’uomo che gli aveva donato il pugnale che egli stesso aveva costruito come qualcosa di perfetto e di sacro.  Mentre Hong non aveva nulla di tutto questo. Lui aveva solo dovuto ubbidire al fratello maggiore che, in quella famiglia, aveva svolto delle funzioni che non gli appartenevano: quelle del padre che era morto in una tragedia del mare. Un naufragio che oltre al marinaio aveva ucciso anche la sua figlia più piccola, colta dalla disgrazia nel momento in cui aveva maggiore bisogno dell’affetto della sua famiglia. 
E poi tanti altri argomenti, come il senso di dovere di aiutare un’amica nel suo momento di sconforto, l’opportunità di spingersi fino a mettere a repentaglio la propria armonia familiare, la possibilità che una donna si innamori di un’altra donna. E l’analisi di una tale situazione: per un marito il tradimento è più doloroso quando la moglie lo lascia per un altro uomo o quando lo lascia per un’altra donna?

Caridi:  Veramente una bella storia, descritta in modo semplice e con dovizia di particolari. Ma mi tolga una curiosità: in questo libro la meteorologia c’entra poco o niente. Come mai visto lo stile dei suoi precedenti romanzi. E la speranza che lei ha sempre citato? Che fine ha fatto? 

Giuffrida. La meteorologia è stata trascurata molto al momento di coordinare i soccorsi, quando sicuramente sarebbe stato molto utile avere un previsore sul posto, che avrebbe dato un valido aiuto unendo le potenzialità tecniche del Servizio Meteorologico, con la sua esperienza personale. Invece ho visto solo qualche intervista ad uno o due meteorologi, più per soddisfare la curiosità del pubblico televisivo che per fornire un valido aiuto alla Protezione Civile, impegnata nei soccorsi.
Questa dimenticanza verso un servizio così importante è stato un altro motivo di rabbia che mi ha spinto a scrivere questo libro, le cui frasi venivano più dal cuore che dalla mente.  Come ho già detto altre volte, lo scopo che mi ha invogliato a scendere in campo come scrittore è stato quello di seguire, nel mio piccolo, l’esempio che ci dato l’allora Colonnello Bernacca: quello di portare l’interesse per la meteorologia nella casa di tutti gli italiani. Ed anche in questo caso ho voluto esprimere, a mio modo, un segno di riconoscenza verso questa meravigliosa materia.  Quanto alla Speranza, penso che sia espressa in modo chiaro quando Bae è arrivata al culmine della sua disperazione ed è pronta al suicidio. La Speranza eccola li. È la decisione di Park di non arrendersi, di lottare sempre, anche quando sembra che non ci sia più nulla da fare. Sopra di noi c’è sempre qualcuno che veglia e può fare tutto, anche il miracolo di salvarci da una situazione apparentemente disperata. 

Caridi: Caro Generale, penso che anche questo suo libro le darà molte soddisfazioni. Con le sue parole lei è riuscito ad andare oltre il romanzo. Le auguro che questa sua idea di proporre sempre nuovi argomenti scientifici e di attualità, sui quali aprire dei forum per discuterli e, nei limiti del possibile, aiutare a risolverli, sia proprio interessante. E adesso la solita domanda:  A quando il prossimo libro? Sono sicuro che ha già qualcosa in tasca ed io sono impaziente di leggerlo!  

Giuffrida. Effettivamente ho tante idee da proporre al pubblico. Il lavoro mi attende e spero ognuno dei mie lettori sia impaziente, come lei, di avere qualche nuova avventura in cui immergersi e qualche personaggio in cui immedesimarsi.  

Qualche brano dal libro 

La famosa frase.
Le persone che, quando erano a terra e vedevano passare quella nave illuminata, invidiavano coloro che erano a bordo, adesso si erano rese conto come quel mondo fosse effimero, falso, illusorio, inaffidabile. In un attimo era diventato una trappola mortale per molti di quelli che ne facevano parte e coloro che erano riusciti a fuggire, erano arrivati nudi e indifesi sulla nostra Terra, dove esistono le gioie ed i dolori, l’allegria e la sofferenza, le speranze e le delusioni. Dove da sempre viviamo noi, comuni mortali.
Qualcuno applaudiva al loro passaggio, si congratulava con loro. Qualche altro cercava di toccarli, come se fossero degli oggetti sacri, immuni da colpe o già graziati per quelle che avevano. Cercavano di dar loro una pacca sulle spalle, per incoraggiarli, per far capire loro che il pericolo era ormai passato. Ma loro non dicevano nulla, non rispondevano neppure a quegli applausi, non capivano se quegli sguardi pietosi, vistosamente malcelati sotto una finta smorfia di allegria, fossero diretti a loro oppure no.
I vigili del fuoco facevano spazio con le mani, per far passare i due sposini, nel mentre, due ragazzini si rincorrevano tra loro, ridevano e giocavano, incuranti della tristezza e della rabbia che serpeggiava nell’aria. Poi uno di loro si fermò e puntò il dito contro l’altro gridandogli con voce forte e severa: «SALGA A BORDO, CAZZO!» mentre l’altro, facendo la faccia impaurita, replicava: «Comandà, non posso, me la sono …. »  e in quel momento  si portava le mani dietro la schiena, come per mimare qualcosa. Poi scoppiavano a ridere entrambi e correvano di nuovo, si rincorrevano fingendo che uno di essi dovesse prendere l’altro per riempirlo di botte. 

Silvia e Bae

Mi sentii in dovere di non pensare ad altro e volli far provare a lei l’emozione di un bacio vero.
Lei rimase scossa dal calore delle mie labbra, ma provò piacere. Vidi che lei si stupì di se stessa, ma reagì positivamente, mi guardò negli occhi, sorpresa e disturbata ma, si vedeva, sentiva il bisogno di averne un altro. E io glielo diedi! Più caldo del primo, probabilmente più sensuale di quanto non avesse fatto finora Park. Provai anch’io uno strano piacere, che non avevo mai provato prima. Quel bacio dato con ardore mi diede una sensazione di amore e di peccato, una eccitazione irreale che subito si impossessò di me.
Vidi che la sua mente rimase sconvolta, ma da quel momento non mi parlò più di quella proposta scellerata che aveva fatto al suo fidanzato e che aveva decretato la morte della sua gioia di vivere. A poco a poco cominciò a rasserenarsi, a farmi delle domande su come comportarsi con gli altri uomini. Non sapeva che fare ed io non sapevo consigliarle nulla. Dopo avere sbagliato una volta avevo paura di darle dei consigli affrettati e magari farle nuovamente del male.
Così le offrii il mio corpo. Violentai la mia indole e mi costrinsi a pensare che lo facevo con sacrificio, ma in effetti provavo un piacere interiore che non sapevo confessare neanche a me stessa.
Nella sua mente cominciò ad insinuarsi il dilemma se dovesse sforzarsi di conoscere qualcun altro, oppure evitare qualsiasi persona che non fosse Park. Doveva guardare gli uomini con interesse o chiudersi in se stessa ed aspettare che il “suo” uomo la chiamasse di nuovo a se? E le donne? Lei cominciava a guardare anche quelle! A volte provavo una forte gelosia quando osservava con insistenza qualcun’altra. Tuttavia una cosa era certa: aveva ripreso a vivere!
Le facevo toccare i miei seni e lei si eccitava. Rispondeva ai miei baci con un ardore che lei stessa non sapeva di avere. A poco a poco, come per un gioco al quale avevamo preso gusto entrambe, cominciammo a massaggiarci tutte le sere, ad amarci in modo morboso, raggiungendo un orgasmo che, fra due donne, non aveva motivo di esistere.» 

L’inchino all’isola di Procida 

Alex si fermò per un attimo, poi scosse la testa, come pensando ad un segno del destino e continuò il suo racconto. «Un giorno io e Silvia volevamo fare una gita di un paio di giorni a Procida. Lei mi chiese se poteva invitare anche Bae a venire con noi e io le dissi di si. La ragazza in un primo momento fu titubante, non voleva prendersi un divertimento senza il suo fidanzato ed inoltre aveva una strana paura di prendere il traghetto per andare sull’isola. «Ma le navi sono i mezzi di trasporto più sicuri!» La rassicurò Silvia stupita da quella sua avversione. Così la ragazza si fece convincere e venne con noi.

Il viaggio fu breve e, per la nostra ospite, molto eccitante. Non era abituata al fare festoso dei napoletani, per cui tutto le sembrava strano e meraviglioso. Alloggiammo in un piccolo alberghetto sull’isola e il giorno dopo, quando uscimmo per fare un po’ di shopping, al porto trovammo grande agitazione tra gli isolani. Era il 30 agosto del 2010, ci informammo se doveva accadere qualcosa di strano, visto che tutti sull’isola erano in festa e ci dissero che di li a poco sarebbe passata una nave vicinissima alla costa, che avrebbe fatto un “inchino” all’isola. Non sapevamo nulla di questa manovra e, all’inizio, non eravamo neanche interessati, per cui andammo in giro per negozi nel borgo della Corricella.

Ad un tratto, verso mezzogiorno, sentimmo dei boati, come dei colpi di cannone sparati lì, vicino al porto. La signora del negozio, dove Silvia stava provando una maglietta, sorrise soddisfatta, come se si stesse, finalmente, avverando qualcosa che aspettava con ansia. Ci fece segno di uscire dal negozio e guardare verso il mare. Nel frattempo si udirono altri colpi di mortaio, come quelli che si sparano durante le feste patronali, tre, quattro …. dieci.

In quel mentre, da dietro le alture che delimitavano il porto, ecco apparire una nave bianca ed enorme, con un grande comignolo giallo sul quale era impressa una imponente “C”. Subito rispose al saluto inviato dall’isola, con tre lunghi e potentissimi fischi di sirena. La gente si riversò sulle strade per guardare quello spettacolo veramente insolito. Quelli che potevano avere a disposizione una barca o un motoscafo, si imbarcarono per avvicinarsi alla nave che intanto aveva rallentato la sua corsa e si era avvicinata all’isola in modo impressionante.

Fu una grande emozione non solo per gli abitanti di Procida, che forse erano abituati a questi passaggi ravvicinati, ma anche per i numerosi turisti che affollavano le strade, i quali accolsero quel saluto con applausi, mentre dai negozi e dalle case erano apparsi striscioni e trombette che salutavano il loro Comandante Schettino, di Meta di Sorrento, che lì era conosciuto da tutti. Lui era l’idolo dei ragazzini, colui che riusciva a portare la sua nave davanti al porto più vicino di ogni altro, per regalare ai suoi amici di Procida e ai passeggeri della sua nave uno spettacolo indimenticabile.

Motoscafi, pescherecci, barche di ogni genere cominciarono a fischiare con le loro sirene, mentre la grande nave Concordia rispondeva con la sua grande sirena che sovrastava, di gran lunga, tutte quelle degli altri natanti. È stata una festa destinata a restare impressa negli animi e nella mente della gente, un atto d’amore ed un omaggio alla tradizione marinara che procidani e sorrentini avevano nel loro DNA.

La nave era talmente vicina al porto che sembrava si potesse toccare!», continuò Alex anche lui preso dall’eccitazione nella rievocazione di quei momenti, «Era come se la Costa Concordia, con i suoi tredici ponti ed una stazza di oltre centomila tonnellate, non fosse più in mezzo al mare, ma stesse li in piazza, in mezzo a noi. Si vedevano le persone a bordo che brindavano alla nostra salute mentre noi facevamo loro delle foto, come  per suggellare un ipotetico sposalizio tra la terra e il mare.

Io e Silvia restammo contenti e soddisfatti di quello spettacolo, mentre Bae era rimasta letteralmente entusiasta. Per la commozione aveva le lacrime agli occhi! Appena la nave era passata via, voleva subito telefonare a Park per esternargli la sua gioia, per raccontargli quello spettacolo meraviglioso a cui lei aveva assistito e che l’aveva incantata. Ma mentre stava già componendo il numero si fermò e il suo volto si fece buio, come se ci fosse qualcosa a cui non aveva pensato prima e che destava in lei delle recondite, enormi, viscerali preoccupazioni.

Ripose il cellulare e disse che in quel periodo lui stava lavorando molto e la sera andava a letto presto, per cui, visto che a causa della differenza di fuso ora