Questi tre brani sono stati scelti dall’Autrice Maria Pace e fanno parte del suo libro: DUNE ROSSE - Il Rais dei Kinda - AMAZON formato e-book. Il testo è “Proprietà letteraria riservata” dell’Autore. La pubblicazione di parte di esso su questo sito è stata effettuata con il permesso dell’Autore, che ne ha inviato una copia in formato editabile all’amministratore del sito.

FUOCHI nella NOTTE

Seduti in circolo a gambe incrociate nel grande piazzale davanti alla tenda di Rashid,  tutta la tribù era presente per festeggiare il suo ritorno e quello di Jasmine: bianchi mantelli, abiti sgargianti, pugnali, fucili e strumenti musicali; alle loro spalle la luna illuminava la sabbia. Sir Richard, gambe incrociate, pugnale infilato alla cintola, parlava con lo sceicco Harith, seduto alla sua destra. Parlavano dell'ultimo acquisto di armi, una mezza dozzina di fucili provenienti dall'Italia,  che solo da pochi decenni si era riunita. Armi giunte precisamente da quello che il professor Marco Starti, l’amico archeologo italiano partito per una spedizione in Egitto, chiamava Stato Pontificio, cui qualche trafficante era riuscito a portar via.

 

A Sahab arrivavano armi da ogni parte d'Europa, come ad ogni altra tribù del deserto, le quali  facevano affari con italiani, francesi, tedeschi e inglesi, naturalmente.

Di fucili non ve n’erano mai abbastanza, pensava il lord ed era vitale averne: era una forma di discussione, di far valere le proprie ragioni.

“Il fucile è la mia forza e la mia giustizia.” soleva ripetere Ibrahim, il vice del rais.

E non aveva torto, pensava il lord: le vessazioni e la corruzione del governo centrale, a Doha, avevano cancellato ogni fiducia nell’autorità e tutti si facevano ragione e giustizia da sé, facendo del fucile una necessità. Tale che averlo era più necessario che usarlo.

Harith mostrò il fucile che teneva in mano e il lord non riuscì a trattenere la mordace e pacata ironia di cui era dotato:

"Ecco una canna che è passata dal servizio di Cristo a quello di Allah!" disse, da buon miscredente qual era.

“Lo proveremo sulla scorta dei deportati di Salwah.” disse lo sceicco, mentre osservava attentamente lo stemma pontificio impresso sul calcio del fucile.

“Di che cosa parlate, sceicco?” domandò l’inglese.

“Di assaltare la scorta e liberare i prigionieri del Sultano, a Salwah. – all’espressione  dubbiosa del suo ospite, Harith spiegò – Ogni giorno vengono condotti fuori della prigione per soddisfare i propri bisogni e noi assalteremo

la scorta e libereremo i prigionieri. – e prima che il lord replicasse, continuò – Tra i condannati della prigione di Salwah c’è Hamed, cugino di Ibrahim, della tribù dei Kaza. – lo informò – Con lui ci sono altri uomini di quella tribù, sorpresi durante una razzia.”

“Corrono pericolo di vita?’” domandò il lord.

“Oh, no! – Rashid, seduto alla sinistra del suo sceicco, intervenne nella conversazione; anch’egli maneggiava la sua nuova carabina a ripetizione come fosse una bella donna – No! Il sultano di Doha ha creato con la prigionia dei suoi sudditi una fonte di guadagno assai lucrosa. La condanna a morte, invece, anche per i delitti più gravi, sarebbe pur sempre una pratica onerosa e i Governatori delle province lo appoggiano, perché si ingrassano con lui.”

“Mantenere e nutrire tanta gente – osservò l’inglese . deve essere ugualmente oneroso.”

“Solo per la famiglia o per la tribù del condannato. – precisò Ibrahim, appoggiando sul tappeto davanti a sé la tazza di the con cui aveva accompagnato il cosciotto di agnello e pulendosi la bocca sul bordo della manica della casacca color fieno bruciato – Quell’insaziabile avvoltoio tiene in vita i prigionieri di tutto il Paese fino a quando la famiglia non paga la somma imposta.”

“Così può accadere che un ricco briccone torni subito in libertà, mentre un povero disgraziato, colpevole di mancanza lieve,  rischi di restare per sempre in prigione.” gli fece eco il suo sceicco.

“Sono tanti i condannati di queste prigioni?” domandò il lord.

“Capi ribelli… contadini…”

“Capi ribelli?” domandò sorpreso l’inglese; sapeva perfettamente che per quelle popolazioni l’idea di “governo” era qualcosa di indefinibile e una ribellione all’indefinibile era faccenda impossibile.

“Abd Errahm El.Heulj, governatore di Salwah – spiegò Ibrahim – è appena stato deposto per inadempienza all’ordine di riscossione di imposte religiose da versare al Sultano.”

“Capisco!” si limitò a rispondere il lord.

Sapeva bene, l’inglese, che se un superiore cadeva in disgrazia, e il governatore di Salwah era caduto in disgrazia presso il sultano di Doha, agli occhi della popolazione diventava un uomo completamente abbattuto. Il concetto di fede, per quella gente, pensava,  era che tutto stava nelle mani di Allah: il potente  era potente per volontà di Allah e per questo andava rispettato e ubbidito, ma se Allah non lo riteneva più degno della sua divina protezione, non aveva più senso ubbidirgli. E con questa logica, il lord sapeva bene anche questo, poteva accadere che  il più forte si rifacesse sul debole, ma anche che il debole  si unisse ad altri deboli e ne nascessero capi a condurre ribellioni. Egli era certo che fra quei prigionieri vi fossero ribelli e capi ribelli.

Fece l’atto di replicare, ma le note del tandir di Selima, la Favorita di Rashid, lo fermarono.

"Oh, brava Selima. - esordì sorridendo Zaira, la bella indiana - Allietaci con la tua musica... é dolce e malinconica, ma assai bella."

Selima restituì il sorriso.

"E' una melodia che mi ha insegnato Letizia. - spiegò - E' il canto d'amore di una fanciulla che si strugge per un amore non corrisposto..."

Seduta di fronte al lord inglese, dall'altro lato del circolo, Letizia appariva assorta e distante. Irraggiungibile. Neppure il suono del suo nome parve scuoterla.

Aveva  di fianco le due donne di Rashid: la principessa Jasmine a destra e Selima alla sinistra; di fronte, invece, sedevano lo sceicco Harith e Fatima, la sua promessa.

“Letizia è  molto brava a suonare.”

La voce della favorita del rais la raggiunse ancora e lei si  scosse, infine. Fece convergere lo sguardo sulle corde dello strumento nelle mani della ragazza e sollevò il capo, lasciando vagare d'intorno lo sguardo sulle note dolcissimamente malinconiche della musica, ma finì per naufragare in quello di Harith, scuro e penetrante, che sembrava attendere quello sguardo come un dono.

Il giovane la fissava con intensità tale da contrarle la carne e Letizia si sentì  attraversare da uno stato di amorosa e tormentosa eccitazione.

Si guardarono, con quell'amore, quell’attrazione potente come la forza di una tempesta di sabbia, ma lei si sottrasse subito a quel richiamo e spostò lo sguardo sulla donna seduta al suo fianco.

"E' bella! - pensava - E'  grassa e opulenta come piace a loro... agli uomini... Come piace ad Harith... "

Guardava la  rivale; fissava la sua figura fin troppo abbondante che si perdeva nell'ombra di sete e damaschi e su cui, qua e là, al lume della luna, balenavano discrete le pietre di  orecchini, collane e bracciali. E pensava, mentre la guardava, di non avere strumenti per contrastarne le segrete, sapienti insidie  amorose di cui la supponeva maestra: dietro quel velo sapientemente calato sul viso, ne era certa,  dovevano nascondersi fascini segreti e pratiche amorose capaci di conquistare un uomo.  Fascini e pratiche che lei non conosceva, al contrario delle donne di quelle terre il cui scopo di vita era soltanto soddisfare il piacere di un uomo.

Dietro quel velo dalla sapiente trasparenza,  non poté impedirsi di pensare, che lasciava vedere l’irrompere sulla fronte di scure ciocche di capelli, si  celava un volto bruno e tondo, accuratamente truccato, un po’ irregolare nel profilo, ma ambiguo, nella sua apparente, tentatrice espressione di maliziosa ingenuità.

Fatima era la sola donna col volto velato; tutte le altre portavano solo un velo sui capelli.

Fu per questo, forse, che con un gesto di ribellione se lo lasciò scivolare sulle spalle, mettendo in mostra la luminosità dorata dei lunghi capelli biondi e attirando immediatamente su di sé tutti gli sguardi e cogliendo fuggevolmente quello di disapprovazione di Harith, che lei continuava ostinatamente a sfuggire.

E intanto,  quel  tarlo, la gelosia, correva nel sangue e nelle vene e raggiungeva il cuore, sottile e penetrante, capace di  rodere l'animo con un sol respiro e far vacillare la mente. Una sola cosa riusciva a pensare: appartenergli le era necessario e vitale più della vita stessa e non riuscì ad impedirsi di tornare a rituffare lo sguardo in quello di lui, nero e ardente, colmo di illusorie promesse. E d'improvviso, un piacere quasi folle la colse: la sensazione che anche lui soffrisse.

Dopotutto, c'era una certa "giustizia morale" nella sofferenza di lui, si disse.

Ma poi, Fatima che gli si accostava e lui che si chinava verso di lei, riaccese la sua pena. Chiuse gli occhi e si attanagliò le mani intorno alle braccia premendo con forza e provando un piacere sadico nel conficcarsi le unghia nella carne per placare la pena dello spirito.

Quasi si stupì che  qualcuno ridesse e scherzasse, proprio accanto a lei, ignaro della sua sofferenza: Jasmine protesa in avanti per dire qualcosa a Selima.

Letizia le guardò entrambe; le fissò  stupita e interdetta: le due donne di Rashid! 

Gelose! Non erano gelose l'una dell'altra? Soprattutto Selima, per le attenzioni che Rashid riservava quasi esclusivamente a Jasmine.

E Jasmine? Non era gelosa di Selima?

Gli occhi rapaci di Selima, costantemente alla ricerca di quelli di Rashid,  non accendevano in lei la gelosia?

Lei e Jasmine avevano la stessa età  e quando Harith la guardava con quello sguardo inafferrabile, all'inseguimento di pensieri audaci e proibiti che la riguardavano e la facevano arrossire, lei sentiva la carne contrarsi dal piacere e non avrebbe voluto vederlo guardare un'altra donna con quello stesso sguardo.

Rashid non aveva mai guardato Jasmine a quel modo? Non era mai balenato, nella mente di Jasmine, il pensiero che Rashid avesse guardato la sua Favorita proprio a quel modo, facendole sentire quello spasimo proibito e furtivo  nel desiderare le sue carezze? 

Lei sì! E non poteva evitarsi di pensare alle mani dolcemente brutali di Harith  mentre percorrevano  il corpo di  Fatima, così come aveva fatto con lei; alla presa intensa e dolce, tenera e predace con cui le faceva intendere che la voleva solo per sé, mentre lei non sopportava che lui potesse volere per sé anche Fatima.

I fuochi dei bivacchi, d'intorno, baluginavano; a spezzare il suo taciturno disagio arrivarono risate, voci e gridolini: un gruppo di ragazze con piatti fumanti e vassoi pieni di coppe e brocche.

Letizia si alzò e andò loro incontro. Prese dalle mani di una delle ragazze un grosso piatto di terracotta contenente del cus-cus  e  cominciò a distribuire, con gentilezza aggraziata, muovendosi agile nella tunica di seta blu-indaco. Gridolini, bisbigli, risate, confusione e  il tintinnio delle brocche che si toccavano  e   l'allegria che aveva conquistato tutti.

Tutti meno lei. 

Cominciò a servire quelli che stavano seduti alla sua  sinistra; riempì per primo il piatto di Selima, poi passò ad Ibrahim, che con disinvoltura cominciò a frugare nel piatto, lasciandovi, però, i pezzi migliori.

Era la volta di Fatima, che sporse verso di lei la piccola mano grassoccia per afferrare dal vassoio e portarlo nel proprio piatto una polputa coscia d'anatra; la ragazza sollevò su di   lei lo sguardo e le sorrise.

Letizia rispose al sorriso e mentre si rialzava sul busto e  distrattamente lanciava un'occhiata sulla sinistra,  il vassoio, semivuoto, le tremò in mano, tanto che dovette sorreggerlo con entrambe:  la mano di Fatima e quella di Ibrahim erano teneramente intrecciate.

Letizia impietrì e il senso di ingiustizia morale fece emergere dai meandri più profondi del suo intimo quel sentimento di  velato rancore  che, una volta innescato, é impossibile da dominare: Harith la preferiva ad una donna che lo tradiva con un altro!

Impassibile in volto, oltrepassò la figura accovacciata della rivale e si fermò alle spalle di Harith,  sporgendo in avanti la grossa ciotola del cus-cus; dall'altra parte del circolo, il piccolo Akim  stava strabiliando con qualcuno dei suoi giochi.

Harith si servì;  Letizia ritirò il vassoio.  China su di lui,  gli sfiorò le spalle possenti e dai muscoli nervosamente vibranti e lui la trattenne per un braccio.

Incontrollate pulsazioni, a quel contatto, che non riusciva, nè voleva reprimere, l'assalirono di colpo: la parte più misteriosa ed oscura del suo intimo, quella che suo malgrado doveva restare in ombra, insorse prepotente.  Con gesto brusco si divincolò, liberandosi della stretta, ma il vassoio le sfuggì di mano, cadendo rovinosamente a terra con il resto del contenuto. Soffocando  un singhiozzo si portò le mani al volto,  poi si allontanò di corsa, non prima di aver lanciato al giovane uno sguardo indefinibile.

"Torna qui, Letizia. - la richiamò la voce di Zaira - E' soltanto un po' di cibo!"

"Ma che cosa è successo?" la voce di Akim.

"Letizia ha rovesciato il vassoio del cus-cus - la voce di Jasmine - e adesso..."

Altre voci, tutte benevoli e gentili, la seguirono, ma  la loro eco si perse alle sue spalle.

(continua)

brano tratto da   "DUNE ROSSE - Fiamme sul deserto" di  MARIA   PACE

 

SOGNO...

Letizia era una sognatrice. Sempre persa, diceva con indulgenza sua sorella Atena, dietro sogni e fantasticherie; sempre attratta da mondi sconosciuti e lontani e da persone cariche di fascino e mistero, lontane dal suo ambiente:  il principe Harith, bello e irraggiungibile, era proprio la figura giusta per alimentare i suoi sogni e le sue fantasie.

Protetta dalla penombra, seguiva affascinata ogni suo gesto mentre Fatima, la nutrice, gli posava sulle spalle la Ksa, il bianco mantello svolazzante, che tanto faceva sognare le donne europee... e non solo quelle.

Fatima rientrò sotto la tenda e Harith fece qualche passo in avanti, ma si fermò subito e si girò, quasi  avesse sentito il richiamo di quello sguardo balenante.

"Letizia! - esclamò andandole incontro a lunghi passi e fermandosi davanti alla ragazza; sopra le cime piumate delle palme, la luna brillava ancora, ma le stelle andavano velocemente impallidendo e il fuoco più vicino ardeva basso – Ti chiami Letizia?… Letizia e gioia per lo sguardo... - sorrise, poi aggiunse, dopo breve pausa - Sei mattiniera, bella Letizia e l'Aurora ha le tue sembianze ."

Lei abbassò gli occhi e per coprire il rossore di cui s'era cosparso il bellissimo volto, si calò il velo. 

Lo ripeteva sempre ad entrambe, a lei e ad Atena, il caro padre compianto, da quando erano  scesi dalla nave che li aveva portati da Atene, lo ripeteva sempre di coprirsi  il volto in presenza di un estraneo, se di fede islamica, perché, diceva, "qui è considerato indecente l’usanza dei cristiani di permettere alle donne di mostrare il volto."

Harith sorrise al gesto: le donne beduine non usavano coprire e nascondere i loro bellissimi volti, così come era imposto alle donne di città e della costa. Però non disse nulla: gli occhi di quella creatura, pensava, di quell'azzurro intenso rubato al cielo, erano sufficienti a sconvolgere i suoi sensi.

"Amo questo momento del giorno. - la sentì dire - Mi permette di  scrutare nel mio intimo e di dare spazio ai miei sogni e ai miei desideri."

"Sogni e desideri? - sorrise ancora lui - Se Letizia mi confida i suoi sogni e i suoi desideri, io le confiderò i miei." aggiunse posandole  una mano sulla spalla e sospingendola delicatamente in avanti. Proseguirono per breve tratto, poi lei si fermò e sollevò su di lui gli straordinari occhi azzurri.

"Oh! Io ho pochi desideri e molti sogni." disse.

"Ma... - replicò Harith, completamente ammaliato dal balenio azzurro di quegli occhi - Io desidero tutto quello che sogno."

"Oh, no! - soggiunse lei - I desideri sono realizzabili, ma i sogni sono irraggiungibili. Ecco perché i miei desideri sono modesti e i sogni, invece, assai grandiosi... I miei sogni - sorrise - non hanno limiti né orizzonti... Non hanno tempo... Sono sogni!"

"Ma i sogni possono diventare realtà, piccola Letizia. Esprimi i tuoi sogni e i tuoi desideri e forse..."

"I miei desideri? Oh, io desidero incontrare Alma, la nipotina che ancora non conosco."

"Sono certo che la incontrerai un giorno."

Harith le sfiorò con la punta delle dita il volto proteso e nascosto dal velo; Letizia fremette e riprese:

"E vorrei tornare in Italia, un giorno. - una lieve incrinazione nella voce - Vorrei tornare a Torino, la città dove sono nata."

"Ma... - trasecolò il giovane - Non sei nata ad Atene? Credevo che il mercante Aristo Gallas fosse arrivato a Doha assieme alle sue due figlie da Atene."

Lei scosse il capo.

"Io sono figlia di Vittorio Bosio, archeologo e collega del professor Starti, amico di Aristeo Gallas. Avevo dodici anni quando mio padre morì...  Aristeo si prese cura di me e mi adottò... Atena non è mia sorella di sangue, ma è molto più che lo fosse.”  sorrise e si calò giù il velo. Quasi con civetteria. Ma lo tenne sulle labbra.

“Tu, dunque, piccola Letizia, vieni dall’Italia? Oh!… - esclamò lui – Tu credi al destino?”

Letizia non rispose subito; sentiva, nell’aria fresca del mattino che andava formandosi, qualcosa di nuovo, di avventurato, quasi di imminente sorpresa.

“Non so.” rispose scuotendo il capo.

“Io  ho  vissuto per quasi quattro anni in Italia… proprio  a Torino  dove …”

“Davvero?” l’interruppe lei quasi in uno slancio di gioia; egli assentì col  capo e proseguì:

“Ero studente alla Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri. – spiegò -  Per perfezionare i miei studi di Idraulica e…”

“Quella Scuola con sede al Castello del Valentino? - lo interruppe per la seconda volta la ragazza sgranando gli occhi dalla sorpresa – Da bambina andavo tutti i pomeriggi con la mia mamma a spingere il cerchio proprio nella strada davanti al Castello del Valentino o a leggere fiabe, seduta su una delle panchine del Viale.”

“Ma allora, piccola Letizia… non può essere che noi due ci siamo già incontrati e che per questo a me pare di conoscerti da sempre? – mormorò lui sfiorandole teneramente la tempia - Io ho già visto lo splendore di questi due occhi azzurri e adesso capisco dove… E tu… tu, piccola Letizia, sogni ancora?”

“Io non ho mai smesso di sognare. – gli occhi di Letizia sfavillarono - Quando ero bambina e leggevo i libri di favole, sognavo giungle e Templi  misteriosi... deserti ed isole sperdute. Io… io sogno ancora... - s'interruppe; quel pizzico di splendida malizia che le attraversò lo sguardo conquistò definitivamente il cuore del bel predone - Non... non sorriderai del mio sogno se te lo confido?"

"Non sorriderò. - lui la guardava incantato, come si guarda un prodigio – Dimmelo e anche io ti confiderò il mio sogno."

"Io sogno ancora il principe delle favole... - sorrise -  senza macchia né paura, che mi rapisce sul suo cavallo bianco e mi porta lontano, in un luogo incantato."

"Splendido sogno, dolce Letizia. – anche Harith tornò a sorridere poi aggiunse - Io non ti dirò qual è il mio sogno, ma te lo mostrerò... dopo che avremo fatto onore al caffè ed alle ciambelle al miele della cara Fatima."

Il sole, intanto, comparso all'orizzonte, stava lacerando l'ultima foschia  del crepuscolo del mattino, permettendo al giorno di avanzare veloce. Harith fece un cenno e un giovane si avvicinò; lo sceicco gli bisbigliò qualcosa all'orecchio e quello si allontanò veloce.

Un profumo di caffè e di ciambelle fritte saturava l'aria tutt'intorno, proveniente dalla zona riservata agli ospiti, nella tenda dello sceicco.

Il giovane passò un braccio intorno alla vita della ragazza  e un fremito di piacere la percorse tutta; il  corpo  ancora rigido,  Letizia non sapeva quasi dirsi se a procurarle quei fremiti fosse l'aria fresca del mattino oppure la violenza delle sue emozioni.

Harith si tolse il mantello e lo posò con delicatezza sulle spalle di lei che sollevò su di lui gli stupendi occhi sfavillanti sotto le lunghissime ciglia di seta e con un sorriso  lo ringraziò.

Lui la guidava con tenera sollecitudine. Ogni tanto lei sbirciava verso di lui,  il naso adunco e il mento da animale da preda, il profilo sottolineato dalla breve barba, che nel loro insieme gli conferivano una certa somiglianza  con  i simulacri di antichi guerrieri:  bellissimo e un po' selvaggio.

Richiamato da quello sguardo, Harith si chinò sul suo capo;  a lei parve che vi avesse deposto un bacio e tornò a fremere.

"Vieni." la sollecitò.

Il caffè era già sul vassoio quando raggiunsero la tenda e la vecchia Fatima era già pronta a servirlo. La ragazza, però, si liberò del mantello, che restituì al giovane e prese il vassoio dalle mani della vecchia poi, movendosi agile ed  aggraziata nella veste di seta lucida color cipria,  sotto lo sguardo compiaciuto di Harith cominciò a servire; offrì prima  il caffè poi le ciambelle ancora calde e sfrigolanti,  scegliendole una per una  con  le lunghe dita da artista e deponendole nel piatto davanti al giovane; dopo sedette accanto a lui e si servì da sé.

Fatima la scrutava, tra l'incuriosita e la sospettosa, ma Letizia le chiese del dolcificante con un sorriso così radioso, che il volto rugoso della donna si distese immediatamente, poi sorseggiò il suo caffè con un cenno del capo di sincero gradimento.

“Oh! – anche Harith stava sorseggiando il suo – La cara Fatima ne sarà molto compiaciuta, – disse girandosi a guardare la sua nutrice – Lei, però, non ha mai assaggiato il  caffè alla panna e cioccolato che nelle  Botteghe del Caffé   della tua Torino, mia piccola Letizia, delizia il palato… tra una conversazione e l’altra…”

“Parli del Bicerin?”  domandò lei.

“Parlo proprio di quella deliziosa bevanda.” assentì lo sceicco, finendo di sorseggiare e addentando l’ultima ciambella al miele.

Quando nei piatti  e nelle tazze non ci fu più nulla, lasciare traccia di cibo era irrispettoso per l'ospite, Harith si pulì  la bocca sul dorso della mano e si alzò.

Letizia lo imitò;  ringraziò entrambi, sia Harith che la sua nutrice e  fece l'atto di allontanarsi. Lui la trattenne per un braccio mentre con l'altro si sistemava il mantello.

"Aspetta, Letizia. - disse - Ho una sorpresa per te."

"Una sorpresa?"

Lei si fermò; lui fece un cenno affermativo del capo e la prese per mano, guidandola verso l'esterno. La vecchia Fatima le mise uno scialle sulle spalle. La ragazza si girò per ringraziarla con un sorriso, poi seguì il giovane che, in silenzio, proprio come chi  pregusta il sapore di una sorpresa,  le fece attraversare il campo, quasi del tutto deserto  a quell'ora, salvo sentinelle e qualche mattiniero.

Vicino alla Fontana del Fico, quasi al limitare del campo, trovarono il giovane con cui Harith poco prima aveva scambiato qualche parola. Reggeva le briglie di uno splendido cavallo bianco, che tese al suo sceicco prima di allontanarsi.

"Ecco, piccola Letizia. - Harith la inondò di uno sguardo unico e particolare,  quello da cui la scintilla del desiderio sprigiona già al primo incontro... al primo incrociarsi di sguardi. - Il tuo sogno!...  Il principe delle favole, senza macchia né paura, che col suo cavallo  bianco ti rapisce e ti conduce in un luogo incantato!...E' il tuo sogno, hai detto...  Io ho qualche macchia, ma non ho paura e sono qui per realizzare il tuo sogno e condurti