Questo è un brano del romanzo “Un triangolo rosa”, di Paolo Arigotti. Il testo è “Proprietà letteraria riservata” dell’Autore. La pubblicazione di parte di esso su questo sito è stata effettuata con il permesso dell’Autore, che ne ha inviato una copia in formato editabile all’amministratore del sito.

UN TRIANGOLO ROSA – ROMANZO - di Paolo Arigotti

Prologo

Il 25 aprile 1995 era una splendida giornata di primavera in tutta l'Italia.

 

Molte famiglie, approfittando della temperatura gradevole e della giornata di festa, avevano organizzato gite fuori porta.

I grandi centri urbani, eccezion fatta per quelli d'interesse artistico, si vuotarono e furono pochi coloro che trascorsero la giornata in città.

Milano non fu da meno, anche se non mancarono le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo.

In Piazza Duomo, alle prime luci dell'alba, c’erano pochissime persone in giro, e tra queste una coppia di uomini anziani, entrambi oltre gli ottanta.

I due camminavano con passo spedito per la loro età e senza l'aiuto di bastoni, l'uno al braccio dell'altro.

Indossavano due abiti scuri, di taglio elegante e di sartoria, al polso portavano dei Rolex.

Era evidente che si trattava di due anziani benestanti, che nonostante l’età avanzata davano l’idea di essere stati molto belli da giovani.

Si fermarono in uno dei pochi bar già aperti a quell'ora per fare colazione, in attesa che aprisse il Duomo.

Il barista notò che uno dei due stringeva in mano un mazzo di fiori: si trattava di rose rosse.

Quando servì loro caffè e cornetti, sentì qualche passaggio della loro conversazione.

Pareva esserci un grande affetto tra i due, ridevano e scherzavano.

Non erano fratelli, questo no, non si somigliavano affatto.

Erano molto alti, oltre il metro e ottanta.

Uno di loro parlava con l’accento romano, l'altro sembrava straniero, forse tedesco, per quanto parlasse un ottimo italiano.

- Non dovresti esagerare con tutti questi dolci, sai le tue ultime analisi... - disse con tono di rimprovero bonario il romano.

- Almeno questo lasciamelo mangiare in pace, sei il mio avvocato non il mio medico! - rispose l'altro sorridente, addentando subito dopo il cornetto alla crema.

- Fai quello che vuoi, ma poi non lamentarti che stai male.

- Oggi è il cinquantesimo anniversario, mi servono di un po' di zuccheri - disse il “tedesco”, concedendosi quel piccolo peccato di gola che oramai si poteva permettere solo di rado.

L'altro non disse nulla, ma sorrise e gli diede un buffetto sulla guancia.

Il barista rimase colpito da quei curiosi vecchietti.

I clienti particolari non mancavano mai, ma quei due davano l'idea di una vecchia coppia in vacanza.

Non era sua abitudine disturbare i clienti, a meno che non fossero loro ad accennare un minimo di conversazione, ma quella volta non seppe resistere.

- Siete qui in vacanza? - domandò simulando indifferenza, quando tornò per sparecchiare il tavolino.

- Siamo venuti a trovare un vecchio e carissimo amico - rispose il romano.

- Ah capisco, vi auguro un buon soggiorno allora - disse il barista sorridendo.

- Grazie.

Tornando verso il bancone, notò che l'anziano di origine forse tedesca aveva gli occhi lucidi.

Il romano, rendendosene conto, poggiò una mano sulla sua.

- Coraggio, sai che lui non avrebbe voluto vederti così.

- Hai ragione, è stato solo un attimo, scusa - disse sorridendo ed asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.

- Il Duomo aprirà fra poco, ti va di fare due passi in piazza?

- Certo, paghiamo e andiamo via.

I due saldarono il conto e si avviarono, sempre a braccetto, verso la piazza.

Il barista non poteva sapere che quello era il finale di una storia iniziata molti anni prima, oltre sessanta per la precisione.

 Capitolo 1

Il 30 gennaio 1933 era una giornata molto fredda, grigia e piovosa a Roma, mentre Marco si recava a piedi allo studio notarile dove lavorava come impiegato da circa un anno.

Quel posto glielo aveva trovato sua madre: aveva chiesto lei al parroco del quartiere, del quale la donna era amica e confidente da diversi anni, di mettere una buona parola con il notaio Spagnoli.

Marco non amava quel lavoro. Lui avrebbe preferito seguire le sue inclinazioni e dedicarsi alla musica classica ma i genitori, sua madre in particolare, si erano imposti affinché studiasse per prendere il diploma da ragioniere e si trovasse un buon impiego.

Abitavano in Via Taranto, strada dominata da fulgidi esempi di urbanistica popolare piccolo borghese fine anni venti, voluta dal Regime nel più complessivo progetto di ridisegno dell’Urbe.

Lo studio del Notaio Spagnoli si trovava relativamente vicino, sempre nel quartiere tuscolano.

La crisi della fine degli anni venti faceva sentire tutto quanto il suo peso, anche se lo Stato, con gli interventi e le opere propagandate dal Fascismo, aveva saputo dare risposte efficaci, attraverso importanti azioni a sostegno dell’economia e dell’occupazione.

Quando si affrontava questo argomento il padre di Marco si infervorava, sostenendo che avevano rovinato un sacco di gente invece e che tanti amici avevano perso lavoro e risparmi.

I soldi, ripeteva spesso, quelli li danno solo a chi già li ha!

La madre ascoltava quelle imprecazioni in silenzio, assumendo un’espressione triste e preoccupata; benché sapesse che il marito, ex sindacalista e protagonista di molte lotte ai tempi del biennio rosso, non avesse tutti i torti.

La sua paura era che qualcuno, sentendo quelle parole, potesse denunciarlo.

Non era infrequente sentir parlare di uomini che, solo per aver espresso in pubblico critiche o riserve nei confronti del Governo, si erano presi una bella dose di manganellate o erano stati costretti a mandare giù qualche bicchiere di olio di ricino.

Il marito aveva già avuto la sua razione ai tempi delle spedizioni punitive e non aveva perso il lavoro in fabbrica solo perché il proprietario, antifascista pure lui, ne aveva stima.

La moglie non capiva nulla di politica: sapeva solo che Benito Mussolini, il Duce come tutti la chiamavano, era stato definito l’uomo della Provvidenza dal Pontefice.

Il Papa, così le era stato insegnato fin da bambina, era il capo della Chiesa e la guida spirituale della cristianità, per cui se aveva definito così Mussolini chi era lei per contraddirlo?

L’amico parroco le aveva spiegato che grazie agli accordi siglati dal Cavalier Mussolini con la Chiesa nel 1929, ora il Papa poteva uscire in Piazza San Pietro a benedire il popolo sul piazzale, questo era quanto.

La coppia, in effetti, non poteva essere più diversa quanto a credo politico e religioso.

Lui era ateo e libertino, lei molto devota e praticante, eppure amava infinitamente quell’uomo ribelle, che l’aveva conquistata solo con uno sguardo in quella lontana estate del 1909, durante una gita ai castelli romani con i suoi fratelli.

Lui aveva notato subito quella bella ragazza: non era molto alta ma aveva con due occhi azzurri come il cielo, lunghi capelli lisci e castani naturali, un viso bello e dolcissimo.

Lei timidissima, si era innamorata a prima vista di quell’uomo sui quaranta, molto più grande di lei che ne aveva appena diciotto, alto più di uno e ottanta e con un fisico statuario, fisicità che avrebbe trasmesso al figlio maschio.

Faceva l’operaio nella stessa fabbrica dove lavoravano i suoi due fratelli e parlava di un mondo migliore, fatto di diritti per i lavoratori e pari opportunità per le donne.

I due si erano rivisti in altre occasioni, complici i fratelli di lei, nonostante l’opposizione dei genitori, conservatori e cattolici; alla fine la ragazza l’aveva spuntata quando – con un coraggio che non credeva di possedere – si era imposta dicendo loro che se non gli fosse stato permesso di sposare l’uomo che aveva scelto, si sarebbe fatta monaca di clausura.

Il loro fu un matrimonio molto felice, e lo era ancora.

Il segreto di quell’idillio tra persone tanto diverse era molto semplice e si reggeva sul patto non scritto che nessuno dei due avrebbe mai discusso o contestato le credenze e le idee dell’altro, per quanto opposte e antitetiche.

Le idee socialiste e rivoluzionarie dell’uomo avevano ricevuto una batosta quando nell’ottobre del 1922 i fascisti, con la marcia su Roma, avevano conquistato il potere, sopprimendo nel giro di pochi anni le libertà democratiche e sindacali e imponendo la dittatura del partito unico.

Il senso di responsabilità e l’amore per la moglie e i due figli, Marco nato nel 1913 e Anna Maria venuta al mondo due anni più tardi, lo avevano indotto a più miti consigli, proseguendo la propria attività di operaio specializzato nel piccolo opificio, pur continuando a sognare un mondo migliore per sé e i propri cari. Quegli scatti di rabbia all’interno delle mura domestiche, davanti alla moglie e ai figli, erano il suo unico sfogo e i figli ascoltavano senza parlare, oramai abituati ai suoi comizi dell’ora tarda.

La passione politica del padre, curiosamente, era stata trasmessa alla figlia Anna Maria, piuttosto che al figlio maschio, appassionato molto più di libri e musica classica.

 Radio e giornali subivano il controllo della censura di regime e già da qualche anno parlavano diffusamente dell’ascesa in Germania del partito nazionalsocialista, guidato da un politico di nome Adolf Hitler.

Mussolini non si era granché interessato alle vicende del suo emulo tedesco, anche se i mezzi di informazione salutavano con favore  i progressi di una forza politica considerata vicina al Fascismo.

Quella mattina, un giorno come tanti, subito dopo colazione il ragazzo, si recava al lavoro senza pensare che quei fatti e vicende politiche, apparentemente estranee, avrebbero cambiato in modo radicale la sua vita.

Solo la sera, rientrando a casa dopo una giornata di duro lavoro tra atti, visure catastali e note di trascrizione, era venuto a sapere che quell’oscuro ometto coi baffetti triangolari era il nuovo cancelliere della Germania.

Klaus quella stessa sera si trovava presso la Alexanderplatz di Berlino, all’epoca sede della cancelleria del Reich.

Nato nel 1910, proveniva da una famiglia di militari e ferventi nazionalisti; suo nonno aveva servito come sottufficiale nell’esercito prussiano di Bismarck, mentre il padre aveva combattuto nelle file dell’armata tedesca durante la grande guerra, guadagnandosi i gradi di tenente e due croci al valore.

Educato in questo spirito dal genitore - non aveva fratelli e aveva perduto la madre quando aveva appena nove anni; la donna le aveva lasciato in eredità la sua profonda e sincera fede cattolica - era sempre stato affascinato dal mondo militare, dalle uniformi e credeva fermamente alla riscossa nazionale, specie dopo l’umiliante sconfitta subita nel 1918, frutto dell’incapacità dell’allora classe dirigente e di un complotto ai danni della nazione, secondo idee inculcategli dal padre fin dalla più tenera età.

Le idee politiche e i programmi del partito nazista e del suo carismatico leader, Adolf Hitler, avevano da subito affascinato padre e figlio, ridotti quasi alla fame dalla grave crisi del dopoguerra.

Ambedue si erano iscritti al partito fin dal 1928.

Klaus era entrato a far parte delle organizzazioni giovanili del partito, divenendone in breve uno dei militanti di spicco.

Partecipava con entusiasmo a tutte le manifestazioni e congressi del partito, e fu uno dei più fervidi attivisti durante le ricorrenti campagne elettorali dei primi anni trenta, che segnarono il trionfo del partito della svastica, divenuto nel giro di pochi anni e sull’onda della terribile crisi economica che aveva colpito la Germania, la prima forza politica del Reichstag.

Quella sera si trovava lì per festeggiare, assieme ai suoi camerati, la conquista del potere da parte del Fuhrer, nominato cancelliere dal Presidente del Reich Von Hindenburg.

Come il suo, furono tanti i bracci levati nel saluto romano a quell’uomo che, affacciato alla finestra del palazzo della cancelleria, si godeva il trionfo a lungo inseguito e si preparava a cambiare il volto della Germania per i prossimi mille anni …

Berlino rimase sveglia tutta la notte fra canti e processioni naziste per le strade della città.